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Centemero: l’Europa non è più la priorità per gli Usa, e l’Italia giallo-rossa non ha alcuna visione

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Pubblichiamo un intervento di Giulio Centemero, deputato, capogruppo in Commissione Finanze e tesoriere della Lega

Egregio Direttore, devo farle una confessione. Sono un inguaribile romantico: nonostante abbia l’abbonamento digitale a quasi tutti i quotidiani italiani e alle principali testate internazionali, il sabato pomeriggio mi piace uscire con il piccolo Ari, mio figlio di un mese e mezzo, e andare in edicola a comprare alcuni giornali cartacei. Il rumore delle pagine quando scorrono, il profumo della carta e dell’inchiostro, sono piaceri cui non posso rinunciare. Come il profumo di un buon caffè. Nella mazzetta del sabato non mancano mai il Financial Times versione weekend e Milano Finanza, anche quello nella maxi edizione del fine settimana.

Sabato scorso, parcheggiata la carrozzina nella solita pasticceria vicino casa ho cominciato a sfogliare Milano Finanza soffermandomi su due interviste da Davos: quella a Donald Trump e quella al ministro Gualtieri. Lo so, è una strana accoppiata, ma tant’è. Trump riporta i risultati della sua politica costruita attorno ai lavoratori americani: descrive l’aumento del numero di posti di lavoro sottolineando che 700 mila nuovi posti sono nel manifatturiero nonostante il dollaro (e qui attacca la Fed) sia troppo alto.  Insomma gli States hanno cominciato, a onor del vero a partire dall’amministrazione Obama, a riportare in casa un po’ di manifatturiero, ovvero a ridurre l’enorme deficit commerciale di quello che è sempre stato un cosiddetto “Deficit Country”. Le riporto un grafico, tratto da tradingeconomics.com, che mostra come il deficit si stia riducendo significativamente negli Stati Uniti.

L’Italia è storicamente un “Surplus Country”, cioè un Paese che ha sempre esportato più di quanto importato. Per noi il mercato statunitense è sempre stato importante e le policies americane dovrebbero trovare risposte adeguate sul lato italiano per evitare una diminuzione del nostro export. Ma, da come si evince anche dall’intervista al ministro Gualtieri, questo non avviene.

Scorrendo l’intervista a Trump lui stesso dice che ha voluto sistemare la prima parte dell’accordo con la Cina, l’accordo Canada-Usa-Messico, sta pensando a un patto con il Regno Unito di Boris Johnson e ora ha cominciato a dialogare con l’Unione europea. Insomma, l’Europa, a differenza di quanto avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale a poco tempo fa, non è più una priorità. Siamo terzi se non quarti nella lista di Leporello dello Zio Sam. Del resto, durante la Guerra Fredda eravamo in presenza di un bipolarismo composto da due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che si spartivano le aree di influenza nel mondo. Con la caduta del Muro di Berlino ci siamo ritrovati in un mondo con la sola superpotenza americana.

Oggi ci sono tre superpotenze: Stati Uniti, Cina e Russia. La terza, soprattutto per numeri, può consolidarsi come potenza sempre più regionale e sempre meno globale. Le altre due invece si contendono il primato globale, con tante differenze rispetto alla Guerra Fredda: 1) Usa e Urss non avevano o quasi scambi economici a differenza di Usa e Cina; 2) Usa e Urss seguivano modelli economici completamente diversi mentre di fatto la Cina compete sull’economia di mercato; 3) l’ammontare della popolazione tra Usa e Urss non era troppo sbilanciato, mentre la Cina è decisamente più popolosa degli Usa; 4) l’Urss non godeva della ricchezza degli Usa, mentre la Cina ha un Pil che rappresenta circa il 22 per cento dell’economia mondiale (quello Usa il 33 per cento); e 5) il confronto tra Usa e Urss era prevalentemente militare mentre ora i due giganti si affrontano sul commercio.

Leggendo l’intervista al ministro Gualtieri da Davos non si coglie alcuna visione, se non i soliti slogan sulla lotta all’evasione, qualche attacco a Salvini e una formula di rito per non rispondere sulla posizione del governo in merito alla web tax che, impostata alla francese, non troverà accordo con gli Usa.

Nel frattempo, Ari si è addormentato nella carrozzina e la mia mente è tornata a un incontro che ebbi il martedì precedente al quartier generale del WTO, sulle rive del Lago di Ginevra, dove uno dei direttori mi spiegò come si potrebbe raggiungere, sul modello per esempio australiano, un accordo sulla web tax. Ma niente, di questi tempi dalle parti di Via XX Settembre e di Palazzo Chigi prevale la volontà di ignorare quello che avviene a livello globale e di chiudersi a riccio nelle proprie certezze generate in forma maieutica nell’iperuranio del Sapere del Conte Bis, mettendo a rischio l’economia e la collocazione geopolitica del nostro Paese.

Atlantico Quotidiano

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