• 24/04 @ 20:59, La difesa dei cristiani perseguitati in tutto il mondo un dovere innanzitutto per liberali e laici, di Roberto Penn… https://t.co/PKmPufoht7
  • 24/04 @ 20:58, Negri si corregge: se le imprese non fanno affari con l’Iran non è per la “lobby ebraica” https://t.co/kDgtissSJs
  • 24/04 @ 06:09, Strage di cristiani: le parole che offuscano non solo il linguaggio, ma anche la memoria delle vittime di Dario Maz… https://t.co/S5FkTStxr7
  • 24/04 @ 06:08, Nasce l’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), di Davide Ricciardi https://t.co/8caMAJ4VzM
  • 23/04 @ 10:00, Ecco come avere la meglio sui populisti: ci vuole il Competentellum, di @martinoloiacono https://t.co/iniLx9UhEF
  • 23/04 @ 09:59, Il massacro di Pasqua nello Sri Lanka: evitare di chiamare con il loro nome sia le vittime che i carnefici non ci s… https://t.co/I9qqUEkOna

Catalogna: un processo ai politici, non un processo politico

Avatar di Enzo Reale, in Esteri, Quotidiano, del

Il 10 febbraio scorso Atlantico Quotidiano pubblicava un articolo di Federico Rossi sul processo ai leaders indipendentisti catalani, che ha preso il via martedì scorso nella sala penale del Tribunal Supremo di Madrid.

Tra i dodici imputati vi sono nove ex membri del governo catalano durante la presidenza di Carles Puigdemont, la presidentessa del Parlamento all’epoca dei fatti contestati e due attivisti di associazioni catalaniste fortemente implicate nella causa separatista. Puigdemont e alcuni altri ex consellers sono attualmente rifugiati all’estero per sottrarsi alla giustizia spagnola.

Nell’articolo Rossi adotta senza mezzi termini la retorica e il linguaggio dell’indipendentismo militante e parla di “prigionieri politici”, imputati “per il semplice fatto (sic!) di aver dato a milioni di cittadini la possibilità di scegliere tra Spagna e Repubblica Catalana”, di “esilio” per i latitanti, di “processo politico”, di una Unione Europea che, a causa del suo silenzio, avrebbe “perso Barcellona”, per concludere affermando con sicurezza che “un gruppo di persone finirà alla sbarra per un’idea, forse per un sogno”. Insomma, secondo Rossi (nulla di personale, avrei potuto citare altri esempi), un gruppo di candidi idealisti animati dalle migliori intenzioni democratiche sarebbe finito in pasto a un branco di lupi di uno stato semi-autoritario che nega le libertà e i diritti politici a una parte rilevante della sua popolazione.

Un racconto edificante e gratificante senza dubbio, se non fosse che la realtà di questi anni presenta sfaccettature decisamente più complesse che non conviene tacere e che illustrano la strategia con cui il nazionalismo separatista ha preteso di imporre la sua agenda politica – tanto in Catalogna come nel resto del territorio spagnolo – al di fuori dell’ordinamento costituzionale e legale vigente.  Non è possibile ottenere l’indipendenza agendo in base alle norme condivise dello stato di diritto? La proclamiamo lo stesso, sventolando la bandiera dell’autodeterminazione e mettendo in moto un meccanismo alternativo e non riconosciuto per andarcene. Non abbiamo la maggioranza politica e sociale per proclamare la secessione? Esautoriamo il Parlamento autonomico, lo Statuto di autonomia e i diritti delle opposizioni e procediamo come se non esistessero. Questo è lo sfondo ideologico sul quale si è sviluppata l’azione delle classi dirigenti indipendentiste catalane negli ultimi sette anni.

Mi limito ad analizzare alcuni punti che considero essenziali per contestualizzare il giudizio che si apre in questi giorni, a partire dalla definizione di prigioniero politico e di processo politico.
E’ vero che si stanno giudicando esponenti politici ma di per sé questo elemento non è sufficiente a scomodare la definizione di prigioniero politico: nessuno degli imputati è sottoposto a privazione della libertà o a procedimento penale per aver semplicemente difeso pubblicamente le proprie convinzioni o per questioni di coscienza. Ciò che si sta giudicando non sono idee ma azioni – potenzialmente delittuose – compiute nell’esercizio delle proprie funzioni da rappresentanti del governo della Generalitat o dal presidente dell’istituzione parlamentare.

L’indipendentismo è legale in Spagna, i partiti nazionalisti hanno sempre potuto esercitare la loro attività politica in totale libertà, i loro membri rappresentano legittimamente due milioni di persone nei corrispondenti organi rappresentativi e la loro voce è da anni preponderante su tutti i mezzi di comunicazione. Quel che lo stato di diritto non contempla è che si passi dalle parole ai fatti senza rispettare le procedure legalmente stabilite. Si può desiderare l’indipendenza di una regione autonomica, si può fare politica per conseguirla, quel che non è consentito è dichiarare unilateralmente la secessione di una parte del territorio nazionale.

In questa proibizione quello spagnolo è in compagnia di quasi tutti gli ordinamenti costituzionali delle democrazie europee che, in forma diversa, contemplano fattispecie relative ad attentati contro l’integrità territoriale e a protezione dell’unità statuale. Senza andare troppo lontano basta soffermarsi sul titolo del nostro codice penale relativo ai delitti contro la personalità dello Stato e in particolare sull’art. 241 che punisce gli atti diretti a “menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato” con un minimo di dodici anni di reclusione.

Analizziamo allora brevemente i fatti che hanno portato agli arresti e al processo. Non si tratta semplicemente del referendum sull’indipendenza dell’ottobre 2017, come vorrebbe far credere la versione separatista ripresa da Rossi nell’articolo. Non si sta giudicando un voto né l’esercizio in sé della sovranità popolare. Quello su cui il Tribunal Supremo dovrà pronunciarsi è la rilevanza penale di una serie di atti compiuti dai massimi esponenti del legislativo e dell’esecutivo catalani culminati con la dichiarazione unilaterale di indipendenza (DUI) del 27 ottobre 2017. Sono tre i passaggi fondamentali:
1) l’approvazione delle cosiddette leggi di rottura con lo Stato avvenuta il 6 e il 7 settembre 2017 nel Parlamento di Barcellona, la legge del Referendum e la legge di Transitorietà Giuridica. La prima stabiliva che sarebbe stato sufficiente un solo voto in più a favore dell’indipendenza per proclamare la secessione; la seconda doveva essere, nelle intenzioni della maggioranza nazionalista, la normativa provvisoria da applicarsi dopo la celebrazione del referendum fino all’approvazione della nuova costituzione della repubblica catalana.
Lola García, co-direttore de La Vanguardia, definisce così quegli avvenimenti nel suo libro El naufragio: “Il 6 e 7 di settembre passeranno alla storia della Catalogna come giornate ignominiose per le sue istituzioni. Le due leggi rappresentano il midollo del tentativo di secessione. Il Parlamento vive giornate che distruggono la sua reputazione. Una semplice maggioranza parlamentare rade al suolo tutto il quadro giuridico vigente: lo Statuto e la Costituzione”;
2) la celebrazione del referendum del 1-O in violazione delle risoluzioni del Tribunal Constitucional che ne avevano decretato l’invalidità;
3) la dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27-O cui non viene data effettività per l’applicazione inmediata dell’articolo 155 da parte del governo Rajoy con la conseguente sospensione di fatto dell’autonomia.

Il tentativo di secessione. Su questo verte il giudizio. Non esattamente un sogno per idealisti.

Ovviamente sarebbe ingenuo negare che il processo presenti una componente politica rilevante, vista la tipologia degli imputati e delle accuse. E certamente una delle principali linee di difesa, como si è visto già nella prima giornata del giudizio, sarà tentare di screditare il tribunale e il procedimento allegando il carattere persecutorio dei delitti di ribellione, sedizione e disobbedienza che il Pubblico Ministero e l’Avvocatura dello Stato hanno formalizzato. Decisiva ai fini delle sentenze sarà la valutazione da parte della corte del fattore violenza, che l’accusa sostiene aver riscontrato almeno in due circostanze nell’autunno caldo del 2017: la prima il 20 settembre quando migliaia di persone tentarono di impedire l’accesso della Guardia Civil agli uffici del dipartimento di Economia della Generalitat con conseguenti incidenti di piazza; la seconda il giorno del referendum, quando i seggi aprirono nonostante la proibizione e i manifestanti si contrapposero alle forze dell’ordine che volevano entrare in alcune sedi del voto. Seguirono cariche e scontri con diversi feriti. Senza violenza o tumulto pubblico non esistono i reati di ribellione e sedizione che prevedono le pene maggiori e tutto potrebbe risolversi in una condanna per disobbedienza secondo il principio del in dubio pro reo.

Ma al di là delle speculazioni, politiche saranno sicuramente le conseguenze del giudizio sia nelle relazioni interne a un movimento indipendentista già diviso, sia in quelle tra nazionalismo catalano e stato centrale. La ferita aperta dall’avventura secessionista, resa ancora più infetta dall’incapacità dei governi di Madrid di propiziare soluzioni politiche adeguate, sarà difficile da rimarginare in tempi brevi. L’indipendentismo si prepara per il post-processo, rifiuta di approvare la finanziaria di Sánchez e converte le sue rivendicazioni in una strategia del caos. Il presidente del governo annuncerà in questi giorni elezioni anticipate ad aprile.

Intanto il discorso vittimista fa presa su parte dell’opinione pubblica internazionale, complici la distanza, le semplificazioni inevitabili di certa stampa e soprattutto i consueti filtri ideologici.
L’attuale presidente della Generalitat, Quim Torra, in una recente intervista è tornato sul tema caro ai dirigenti indipendentisti catalani di una “democrazia al di sopra di qualunque legge e di qualunque imposizione”. Una presunta sovranità senza limiti, che non rispetta le regole del gioco e che fagocita qualsiasi tendenza contraria in nome dell’interesse supremo “del popolo”. Un concetto plebiscitario, quasi totalitario di democrazia senza legalità che il nazionalismo separatista – minoritario nella società – pretende di generalizzare per conseguire il suo obiettivo. Come questa deriva nazional-populista, dai marcati toni anti-capitalisti e anti-liberali, abbia potuto essere scambiata da molti anche in Italia come una romantica lotta per la libertà e l’autodeterminazione resta un enigma che forse solo il tempo aiuterà a risolvere. Ma questo è materiale per altri articoli.

Avatar

Enzo Reale

Da Barcellona

9 risposte a “Catalogna: un processo ai politici, non un processo politico”

  1. Avatar Giancarlo Pagliarini ha detto:

    Vedo che lo chiami “non esattamente un sogno di idealisti”. No caro Enzo, guarda che è una questione di dignità. Ti ricordo che nel Maggio del 2006 le due camere del Parlamento spagnolo avevano approvato  il nuovo Statuto di autonomia della Catalogna, per la verità dopo averlo significativamente modificato riducendo alcune libertà.Il testo emendato uscito dal Parlamento di Madrid era stato  comunque approvato dai cittadini Catalani col referendum del 18 Giugno 2006, e il re lo aveva  firmato. In quel testo la Catalogna era  riconosciuta come una “nazione” all’interno dello stato spagnolo.

    Nel 2006 i secessionisti in Catalogna , se le mie informazioni sono corrette, erano meno del 10%. 

    Ma dopo quattro anni, il 28 Giugno 2010, la corte costituzionale, con una maggioranza di 6 membri contro 4, avevo preso la gravissima decisione di riscrivere  14 articoli dello Statuto di autonomia  approvato 4 anni prima dal Parlamento di Madrid e  dai cittadini  Catalani con referendum. E firmato dal re. Oltre a riscrivere 14 articoli la Corte aveva anche “reinterpretato”  altri 27 articoli. La  parola “nazione” era stata cancellata. 

    Da allora il numero degli indipendentisti è passato da circa il 10 all’attuale 50%. Non per troppe tasse o per egoismo, ma per una questione di dignità! Aggiungo che il 1 Ottobre circa 200 “osservatori internazionali” (parlamentari o ex parlamentari nazionali ed europei e anche qualche ex ministro, tra cui il sottoscritto) hanno visto l’incredibile comportamento della guardia civil. Abbiamo visto le irruzioni di polizia, le botte e i sequestri delle urne. Ma milioni di Catalani sono rimasti lì, molti erano già in coda sotto la pioggia alle sei di mattina (a Barcellona ha piovuto fino alle 8). C’era molta tensione ma a nessuno è venuto in mente di lasciare la propria postazione; hanno aspettato di votare (o di essere presi a botte dalla guardia civil) con la sapienza e la pazienza di chi al mondo ne ha viste di tutti i colori. Un mio collega “osservatore internazionale” ha scritto, meglio di me: “Osservo in silenzio, assisto all’ingresso del primo elettore che con passo spedito, occhi fieri e bocca serrata in una piega dura deposita la sua scheda in quelle urne che in tanti altri seggi sono già state requisite. Poi è la volta dei tanti anziani che ho visto fuori in attesa; quante lacrime ho visto scorrere, quanti abbracci, perfino baci alle urne e alle schede. C’è chi arriva all’urna e piange, chi pretende di raggiungere il seggio senza
    carrozzina, solo con le stampelle e cammina con tutta la fierezza che ha, scortato, con molta discrezione e a debita distanza, dai propri familiari; chi ha proprio bisogno di sedersi e quasi si scusa perché è stanco, ha necessità di riprendere fiato. E quando raggiungono l’uscita, quel muro umano che difende il diritto di voto, applaude con soddisfazione mentre grida “Hem votat” (abbiamo votato). A tutti gli osservatori i Catalani hanno trasmesso fermezza, dignità e rispetto. Sono principi che purtroppo mancano nel tuo testo

  2. Avatar Giulio ha detto:

    Esiste una via legale all’indipendenza ?

  3. Avatar Luca Berardi ha detto:

    Articolo ignobile che giustifica la repressione violenta del governo di Madrid con la legittima volontà dei Catalani di esprimersi sull’autideterminazione, diritto riconosciuto fin dal trattato di Helsinki 1975 e considerato prevalente sulla legislazione nazionale dal Tribunale de L’Aja nel 2010.
    Se lo Stato spagnolo ha progressivamente ridotto le libertà e l’autonomia della Catalogna a partire dal 2006 e se la Costituzione giustifica solo da un punto di vista legale e quindi formale la repressione di un diritto, è la Costituzione spagnola ad essere illegittima perché non tutto ciò che è legale è anche legittimo altrimenti dovremmo dire che la rivolta dei coloni britannici che ha dato vita agli USA era altrettanto “illegale” perché sicuramente nel 1776 la Corona britannica non prevedeva la secessione legale di una sua colonia. Grazie anche a Pagliarini per il suo intervento assolutamente ben argomentato contro la repressione attuata da Madrid

  4. Avatar Enzo Reale ha detto:

    Grazie dei commenti.

    ON. PAGLIARINI: quello dei tagli allo Statuto è uno degli argomenti che l’indipendentismo utilizza con frequenza per cercare di creare una narrativa coerente con la sua strategia. Ma non mi pare convincente. Certamente è un tassello importante nella storia delle relazioni Generalitat-Governo ma farne la pietra miliare della strategia secessionista è pretestuoso. Non c’è stata nessuna continuità tra le modifiche allo Statuto e il giro della dirigenza catalana verso il secessionismo a partire dal 2012. La mobilitazione indipendentista può essere stata in gran parte spontanea ma la successiva strumentalizzazione politica risponde piuttosto a logiche interne ai partiti nazionalisti e alla gestione del potere in Catalogna (crisi economica, tagli spesa pubblica, corruzione). Mas disse: o seguiamo l’onda o finiamo sott’acqua. E così fu.

    Sui sentimenti e la dignità. Vivo a Barcellona da 17 anni, mio figlio è nato qui ed è catalano e spagnolo. Ho conosciuto molti indipendentisti in buona fede e alcuni no. L’1-O sono stato anch’io ai seggi e ho visto e sentito molte cose. Però questo articolo era sulla classe dirigente e sul processo penale che la vede coinvolta. Di altri aspetti se ne avrò l’opportunità scriverò altre volte.

    GIULIO: la via legale all’indipendenza dipende da modifiche costituzionali per le quali sono necessarie maggioranze qualificate. Come nel resto degli ordinamenti democratici.

    LUCA: il diritto di autodeterminazione non c’entra nulla con le regioni autonome di uno stato europeo del secolo XXI e ancor meno se hai metà della popolazione di quella stessa regione e quaranta milioni di persone nel resto del territorio nazionale che non la pensano come te. Per parlare di autodeterminazione devi far finta che tutti gli altri non esistano, ed è esattamente questa finzione che condanna l’indipendentismo all’irrilevanza pratica.
    In Catalogna non c’è stata nessuna riduzione delle libertà negli ultimi anni e l’unica restrizione dell’autonomia si è avuta in seguito alla DUI ed è durata pochi mesi. Siamo seri che l’argomento lo richiede e di propaganda ne abbiamo ingoiata anche troppa.

    Grazie ancora.

    • Avatar Federico libero ha detto:

      Di sicuro i VERI CATALANI non ringraziano Enzo Reale che è il tipico immigrato che sputa nel piatto dove mangia.
      Anche in Lombardia l’autonomia è difficile proprio per la regola democratica per cui gli immigrati pesano col loro voto contro chi li accoglie e gli dà lavoro.

  5. Avatar Michele Balboni ha detto:

    Finalmente un’analisi seria sulla questione catalana. Grazie Enzo Reale.
    Purtroppo, vuoi per poca informazione, sciatteria o, peggio, malafede, tante volte si leggono in Italia articoli francamente imbarazzanti. Io credo che siano legittime tutte le posizioni ma la deformazione della realtà (molto utilizzata dai filoindipendentisti) è oltremodo fastidiosa. Un esempio, tra i tantissimi, è menzionare la Riforma dello Statuto del 2006, promossa, a parer mio con estrema leggerezza, dall’allora Presidente della Generalitat, Pasqual Maragall. Nel merito: è vero, il Tribunale Costituzionale cancellò 14 articoli (su 221). Ma lo fece ritenendo che essi modificassero la Costituzione. Tra questi vi era l’istituzione di un organo giudiziario indipendente sotto il controllo della Generalitat. Se ciò fosse avvenuto avremmo ora un conflitto inaudito di competenze e la secessione “alla carta” forse sarebbe riuscita.
    Rispetto alle conseguenze politiche: come bene afferma Reale, non vi è correlazione diretta tra la sentenza e il giro politico del partito autonomista di centro-destra divenuto secessionista. Basterebbe rileggersi con calma i giornali dell’epoca. La sentenza può avere in parte influito ma principalmente per come essa è stata utilizzata dalla propaganda indipendentista. Il movimento 15-M (los indignados) è stato enormemente più rilevante, ricordate la fuga in elicottero di Arthur Mas?
    Capisco che l’on. Pagliarini simpatizzi con gli indipendentisti e non si scandalizzi con le strumentali giravolte politiche dei loro leader: d’altronde la Lega Nord è passata dal federalismo, al secessionismo e dalla devolution al sovranismo nazionale italiano in scioltezza. Quello che proprio non comprendo è la miopia di una certa sinistra. Io credo che l’indipendentismo seguirà la parabola del secessionismo del Quebec, spostare l’attenzione sulla questione immigrazione cavalcando l’onda sovranista.

  6. Avatar Luca Berardi ha detto:

    “Lunare” giustificazione dí Enzo Reale per cui alcune recessioni sono più legittime di altre. Le colonie britanniche in USA non hanno certo dovuto “chiedere il permesso” alla madre patria per secedere. Anche in un matrimonio ho il diritto di divorziare anche senza il consenso dell’altro coniuge per cui non sí vede perché i Catalani debbano “avere il permesso” delle restanti regioni spagnole per esercitare un loro legittimo diritto tanto più che a esercitare la violenza è stata Madrid e non Barcellona

  7. Avatar Luca Berardi ha detto:

    Era ovviamente “secessioni”

  8. Avatar Luca Berardi ha detto:

    Ho anticipato la storia: avrei dovuto dire “le colonie britanniche in Nord America”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultora © 2019, Tutti i diritti riservati | Historica di Francesco Giubilei - Via P.V. da Sarsina, 320 - Cesena (FC) - P.I. 04217570409
Privacy Policy