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Il caso Conte e il bluff del cv, totem di un popolo che nasconde i propri vizi

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Politica, Quotidiano, del

“Mi raccomando ragazzi: siate precisi e ordinati, con maiuscole e minuscole ai loro posti, e scrivete solo ciò che è necessario e utile a per capire quello che sapete fare, senza esagerare”, ripete quasi ossessivamente il professore alla classe durante una serie di lezioni dedicate al tema della professionalità. E così gli studenti si mettono all’opera, compilando i campi del cv formato europeo perché pare che questo sia l’unico modello concepito là fuori, almeno secondo i manuali di economia e diritto e cultura del lavoro.

“Lei lo usa prof?”.

“No”.

“Ma come? E perché?”

“Perché è noioso, brutto e ogni volta che provavo a modificarlo diventava un’impresa rimettere tutto in ordine”.

In attesa di capire se – e soprattutto quanto – Giuseppe Conte, professore di Diritto privato e uomo indicato come presidente del Consiglio dalla coalizione Lega-5Stelle, abbia esagerato nel suo curriculum, una certezza è salda: il cv in Italia è un totem che viene controllato sempre dopo, mai prima. Perché nel marasma di clientelismo, nomine e lottizzazioni che costituiscono la spina dorsale di molti ambienti lavorativi – spesso quelli che ruotano attorno alla pubblica amministrazione e alle sue miriadi di ramificazioni – aleggia incessantemente il mantra della meritocrazia che è ormai termine consolidato per ogni stagione politica: occorre, serve, è essenziale anzi no fondamentale educare le nuove generazioni alla meritocrazia, mettere tutto nero su bianco, fare in modo che i cittadini sappiano chi gestisce cosa e perché è stato messo lì, quali sono le sue competenze (altro mantra), le sue abilità o, per dirla in modo internazionale, le sue skills. E così è un flusso di pdf caricati sulle pagine web, di profili studiati e impostati perché tutto sia il più trasparente possibile, di certificazioni, pubblicazioni, partecipazioni. Poi un nome sconosciuto sale alla ribalta, qualcuno va a spulciarne il profilo, fa un controllo incrociato o riceve un pizzino da chi già sa, ma se l’è tenuto per sé in attesa di vendetta, ed ecco che la trasparenza autocertificata e autogarantita si rivela un potente rinculo.

C’è da riderci sopra, per cogliere il lato umoristico delle vicende. Mentre si affacciano sulla scena politica e sociale personaggi sprovvisti di lauree e percorsi di specializzazione, o che hanno sì una laurea e allora si attribuiscono ruoli altisonanti (tipo “economista” chi ha studiato Economia e commercio), i predestinati cascano proprio lì, sul titolo di studio: che sia un ministro dell’istruzione con licenza media o un premier in pectore con una carriera accademica che non richiedeva certamente di essere pompata, la pergamena fa la differenza. E il curriculum vitae è una spada di Damocle, un contrappasso meritocratico, anche se, nelle intenzioni di chi predica meritocrazia a destra e a manca, non era proprio quella l’intenzione originaria: serviva solo, la meritocrazia, a risaltarne la coscienza civica agli occhi del laureato senza lavoro o ridimensionato ad una occupazione non in linea con le sue competenze. Tutt’al più, se colti in fallo, ci si può appellare alla strategia del “e allora gli altri?”. Punto e a capo.

Il bluff del cv (formato europeo, ovviamente) come totem nazionale è il coperchio del vaso di Pandora: il valore legale – e medievale – del titolo di studio, i concorsi universitari taroccati per gestire il mercato degli assistenti da promuovere a docenti, la teoria che vince sulla pratica, la spaventosa verità del detto per cui “chi sa fa, chi non sa insegna”, il tizio in quota “x” che vince sul tizio in quota “y” e tante altre cianfrusaglie che negano il bello dello spirito sano di competizione (del meritevole che può legittimamente rivendicare le sue decisioni, che saprà rispondere per gli errori commessi, che conoscerà il senso del concedere un’opportunità agli altri, giving back) sono racchiuse sotto un velo sottile e formato A4 con la dicitura “il/la sottoscritto/a … consapevole che le dichiarazioni false comportano l’applicazione delle sanzioni penali previste dall’art. 76 del D.P.R. 445/2000, dichiara che le informazioni riportate nel seguente curriculum vitae, redatto in formato europeo, corrispondono a verità”.

“La dobbiamo mettere anche noi, prof?”.

“Ma sì, fa brodo”.

Ps.: ho conseguito diversi PhD in Sociologia alle università di Cambridge, Oxford, Cardiff e East Anglia, confrontandomi con le tipologie più disparate di locals ai pub. E sono stato azzurro di rugby.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

Una replica a “Il caso Conte e il bluff del cv, totem di un popolo che nasconde i propri vizi”

  1. Andreola Guasconi Baistrocchi ha detto:

    Grazie per l’amara ironia……………. non ho mai pubblicato il mio curriculum, avevo paura che mi chiamassero da tutte le parti…………………

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