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Il caro prezzo della Brexit, per l’Ue: il nuovo budget approfondisce le crepe in una famiglia già litigiosa

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Esteri, Quotidiano, del

Le questioni legate ai soldi possono provocare malumori anche nelle migliori famiglie, figurarsi in quelle più litigiose. Il budget dell’Unione europea previsto per il settennato 2021-2027 e le relative polemiche che ha scatenato sembrano entrare di diritto nella seconda casistica. Il presidente della Commissione Jean-Claude Junker lo scorso mercoledì aveva appena terminato di presentare il piano di spese e investimenti per il futuro dell’Ue che da fronti diversi si sono levate critiche accese che hanno silenziato l’approvazione giunta dalla Germania tramite Olaf Scholz (ministro della finanze) e Heiko Mass (ministro degli esteri), voci bianche che lo hanno definito “un primo passo nella giusta direzione”.

Con Brexit l’Ue perderà i 15 miliardi versati annualmente dal Regno Unito e ovviamente Bruxelles deve rimediare. Per la cifra pari a 1.279 miliardi di euro che l’Unione ha previsto di mettere sul piatto è necessario, fanno intendere, che i 27 stati membri contribuiscano di più rispetto a prima e lo sforzo richiesto non è stato digerito nemmeno dalla pacifica Svezia, tanto che Magdalena Andersson, titolare del ministero delle finanze, ha dichiarato che l’aumento del budget preventivato da Juncker è semplicemente “inaccettabile”, perché da una parte richiederebbe uno sforzo maggiore per il paese (15 miliardi di corone, 1 miliardo e 420mila euro) e dall’altra aumenterebbe l’impatto sul prodotto interno lordo dell’Unione (dall’1 all’1.11 per cento), quando proprio Svezia e Regno Unito si erano battuti per un suo ridimensionamento.

I tagli ci sono e riguardano due note spese che rappresentano ancora le voci più consistenti: la Politica agricola comune e gli interventi per la coesione territoriale. La Pac si contrarrà del 5 per cento e tanto la Francia quanto l’Italia hanno manifestato le loro perplessità: ma se dal ministero dell’agricoltura d’Oltralpe promettono un’opposizione feroce, l’assenza di governo a Roma rende decisamente più vane le proteste italiane.

In calo invece del 7 per cento i fondi destinanti alla coesione, che interessano soprattutto le nazioni dell’Est, area geografica particolarmente calda e sotto la lente d’ingrandimento delle istituzioni europee dopo l’affermarsi di movimenti fortemente euroscettici e prontamente definiti come populisti negli ambienti politici e nei dibattiti mediatici, e che dopo la presentazione del budget è destinata a creare più di un grattacapo.

C’è la questione legata per esempio alla Polonia, che potrebbe vedersi ridotti i contributi destinati perché l’Unione potrà intervenire sui finanziamenti in caso di violazioni dello stato di diritto. Varsavia è stata aspramente criticata per il suo sistema giudiziario e non è stata da meno l’Ungheria di Viktor Orban. A ciò si aggiungono gli interventi (10,4 miliardi) a favore degli stati che ospiteranno i migranti: la miccia è bella che accesa.

Se il pericolo che incombe sull’Europa è quello di un’avanzata ulteriore dei partiti populisti e antisistema, le mosse presentate da Junker sembrano procedere, più che in una direzione giusta, verso un accentuarsi delle crepe in una famiglia che diventa sempre più litigiosa e divisa in clan. Per ridurle non basteranno gli sforzi maggiori per il controllo dei confini, sia in termini economici che di personale, con un aumento del personale di frontiera da 1.200 a 10.000 unità.

Le trattative sono solo all’inizio e mentre l’attenzione si concentra sulle repliche più o meno piccate giunte anche da Austria e Olanda, dove il primo ministro Mark Rutte ha affermato che con un’Unione più piccola, allora più piccolo dev’essere il suo budget, spicca nella bozza di bilancio l’incremento per la spesa militare. Sono 20 i miliardi previsti per la difesa, di cui 6,5 destinati ad un progetto che renda più facile muovere lungo i confini dell’Ue truppe ed equipaggiamento, passaggio ritenuto fondamentale negli ambienti NATO per garantire un deterrente di fronte ad eventuali minacce dall’esterno – come la Russia? 13 invece quelli che si aggiungeranno al Fondo di difesa, sponsorizzato da Francia e Germania e che potrebbe rivelarsi l’ennesimo motivo di contrasto nella famiglia europea se percepito come il tentativo di procedere a spassi spediti verso la costituzione di un esercito comunitario.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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