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Brexit: l’Ue bullizza il Regno Unito violando l’accordo, ma i media inquadrano solo il fallo di reazione di Londra

di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Il nostro corrispondente unico ha colpito ancora, ma stavolta su Brexit. Come al solito, non leggono, non ascoltano. O meglio, leggono e ascoltano – e riportano – solo ciò che fa comodo, ciò che sembra avvalorare la loro versione preconfezionata degli eventi. Tutto viene strumentalizzato pur di distribuire a senso unico torti e ragioni, pur di dipingere nel peggior modo possibile i personaggi che detestano e nel migliore possibile quelli per cui tifano. In questo caso, il governo Johnson da una parte, l’Ue dall’altra.

Grande scandalo, quindi, quando hanno appreso che il governo britannico si apprestava a varare una legge che apporta modifiche ad alcuni punti del Withdrawal Agreement (WA), l’accordo di recesso dall’Ue siglato solo undici mesi fa, e in particolare al Protocollo sull’Irlanda del Nord (NI Protocol) che regola la delicata questione del confine nordirlandese.

Violazione del diritto internazionale! E giù insulti e derisione all’indirizzo di Boris Johnson.

In effetti, la mossa è discutibile e ha suscitato perplessità anche nei Tories. Ma come al solito, quando si tratta di Johnson, di Trump o di Salvini e altri, la storia non viene mai raccontata per intero.

Non si tratta infatti di un fulmine a ciel sereno, ma di un processo negoziale in corso in cui, come vedremo, è la Ue in primis ad essere in flagrante e continuata violazione del WA, per cui l’iniziativa del governo Johnson si potrebbe inquadrare come legittima difesa.

Ma andiamo con ordine. Ieri sono arrivate le dichiarazioni della presidente della Commissione europea, che si è detta “molto preoccupata circa le intenzioni annunciate dal governo britannico di infrangere il WA. Questo violerebbe il diritto internazionale e minerebbe la fiducia”.

Downing Street ha indirettamente risposto che il WA contiene “ambiguità” e manca di chiarezza in “settori chiave”.

E ha ricordato che è stato firmato “sulla base del presupposto che accordi successivi per chiarire questi aspetti potessero essere raggiunti”. Per esempio, com’è noto, un accordo di libero scambio, su cui invece lo stallo è totale – e vedremo per responsabilità di chi.

Pochi sanno, infatti – è una delle cose che il corrispondente unico si è guardato bene dal raccontarvi – che il modo in cui le misure previste dal WA, e in particolare dal NI Protocol, vengono implementate sul campo è ancora oggetto di negoziati tra funzionari britannici e Ue, in una commissione congiunta.

Ma se non riescono a raggiungere un accordo entro la fine del periodo di transizione, quindi entro il 31 dicembre 2020, e nel frattempo non c’è un accordo di libero scambio, allora si rendono necessarie le modifiche che Londra vuole introdurre con il controverso Internal Market Bill.

Downing Street ha comunque accolto l’idea di un vertice straordinario con la Commissione europea, per discutere delle modifiche proposte, da tenere appena possibile.

Ma di quali modifiche parliamo? La nuova legge definisce alcune regole per l’operatività del mercato interno britannico dopo la fine del periodo di transizione, quindi da gennaio. In particolare, prevede:

  • no nuovi controlli sulle merci che dall’Irlanda del Nord arrivano nel resto della Gran Bretagna;
  • ai ministri il potere di modificare o disapplicare le regole relative al movimento di merci che entreranno in vigore il 1° gennaio se Uk e Ue non riusciranno a trovare un accordo alternativo attraverso un accordo commerciale;
  • il potere di ignorare obblighi precedentemente concordati sugli aiuti di stato alle imprese che operano o esportano in Irlanda del Nord.

Tutto questo anche se in contrasto con quanto previsto nel WA, stabilisce esplicitamente la legge, anche se “in modo molto specifico e limitato”, come precisato ai Comuni dal segretario di Stato per l’Irlanda del Nord Brandon Lewis. Da qui l’accusa, apparentemente non infondata, di violazione di un trattato internazionale.

Va detto – e anche questo il corrispondente unico ve l’ha taciuto – che queste disposizioni entreranno in vigore solo nel caso di fallimento dei negoziati e di uscita del Regno Unito dall’Ue senza un accordo di libero scambio, quindi nei termini del WTO, come confermato ai Comuni dal segretario Lewis: “These are provisions that will be in the Bill to take effect if other things don’t come through”. Perché in questo caso, i rapporti con Bruxelles potrebbero deteriorarsi ulteriormente e qualunque governo cercherebbe di proteggere l’integrità del Paese a fronte di un accordo che invece la minaccia.

Il problema, infatti, è che per evitare che con la Brexit si creasse un confine “duro” tra Irlanda e Irlanda del Nord, contraddicendo l’Accordo del Venerdì Santo del 1997, il NI Protocol prevede di fatto una barriera doganale nel Mare d’Irlanda, cioè tra Irlanda del Nord e resto del Paese, e a seconda della sua interpretazione un vero e proprio confine, e ciò chiaramente mina l’integrità e la sovranità del Regno Unito, concedendo all’Ue una ingerenza nella sua governance che nessun altro Paese sovrano accetterebbe. Intervenendo ieri al Question Time, il premier Johnson si è così difeso dalle critiche:

“Il mio compito è sostenere l’integrità del Regno Unito, ma anche proteggere il processo di pace dell’Irlanda del Nord e l’Accordo del Venerdì Santo. E per fare ciò, abbiamo bisogno di una rete di sicurezza legale per proteggere il nostro Paese da interpretazioni estreme o irrazionali del Protocollo, che potrebbero portare ad un confine nel Mare d’Irlanda, in un modo che credo sarebbe pregiudizievole per gli interessi dell’Accordo del Venerdì Santo e pregiudizievole per gli interessi della pace nel nostro Paese. E questa deve essere la nostra priorità”.

Si dirà: ma Johnson queste cose non le sapeva quando ha firmato il WA e accettato il nuovo NI Protocol, presentato anzi in patria come un successo? “Bugiardo! Cialtrone!”, gridano le cheerleader Ue. Cosa è cambiato, in undici mesi, per spingere Londra ad ipotizzare la violazione di un trattato internazionale? Risposta: moltissimo.

Certo che Johnson le sapeva queste cose, ma sapeva anche che doveva trattarsi di una concessione temporanea, un “backstop”, una rete di sicurezza per evitare che si venisse a creare, appunto, un confine “duro” tra le due Irlande nel caso in cui non si fosse raggiunto, al termine del periodo di transizione, un accordo di libero scambio e un modo soft di regolare il confine.

Va infatti sottolineato che la questione del confine nordirlandese posta dalla Brexit cesserebbe semplicemente di esistere nel momento stesso in cui venisse firmato un accordo di libero scambio Ue-Uk. Non sarebbe nemmeno stato necessario il backstop, se l’Ue avesse accettato di negoziare l’accordo commerciale insieme all’accordo di recesso.

Osserva Bepi Pezzulli, direttore di ItaliaAtlantica e collaboratore di MilanoFinanza:

“Il Northern Irish Protocol – che manteneva l’Ulster nel Mercato Unico europeo relativamente alle merci – era stato stipulato come antefatto e prezzo anticipato di un accordo di libero scambio tra Uk e Ue. Con le prospettive di un’uscita senza accordo ormai accettate da entrambe le parti, il NI Protocol è improvvisamente diventato un costo politico ed una barriera economica inaccettabile. In mancanza di un trattato di libero scambio, l’erezione di una barriera doganale nel Mare d’Irlanda non ha più una ragione commerciale e minaccia il mercato interno britannico e l’integrità costituzionale del Regno Unito. Allo stato, è una clausola che concede influenza politica in Uk all’Ue senza corrispettivo politico o commerciale”.

Il governo britannico ha accettato il WA, e in particolare il backstop sul confine nordirlandese, perché accompagnato dall’impegno dell’Ue a concludere, e applicare, un accordo di libero scambio entro il 2020. Ma la scadenza è vicina e ciò che è cambiato negli ultimi mesi è che dell’accordo non si vede nemmeno l’ombra e, anzi, lungi dal negoziare in buona fede, Bruxelles sta facendo leva sul NI Protocol, minacciando dazi e barriere all’interno del mercato Uk, quindi l’integrità del Paese – proprio come avevamo previsto su Atlantico Quotidiano mesi fa – al fine di far accettare a Londra condizioni, come vedremo, da stato vassallo.

Non si tratta di una semplice scorrettezza, ma di una violazione flagrante e continuata da parte Ue del WA, che all’articolo 184 impegna le parti a negoziare sulle relazioni future “in buona fede e nel pieno rispetto dei rispettivi ordinamenti giuridici”.

“L’Unione e il Regno Unito si adoperano al meglio, in buona fede e nel pieno rispetto dei rispettivi ordinamenti giuridici, per prendere le misure necessarie per negoziare sollecitamente gli accordi che disciplinano le loro relazioni future di cui alla dichiarazione politica del 17 ottobre 2019 e a espletare le procedure pertinenti per la ratifica o la conclusione di tali accordi al fine di assicurarne l’applicazione, nella misura del possibile, a decorrere dalla fine del periodo di transizione”.

Ciò evidentemente non è mai avvenuto e non sta avvenendo, dal momento che Bruxelles cerca di trarre un indebito vantaggio negoziale dalla mera esistenza, e possibilità di innesco, del backstop nordirlandese, che per esplicita volontà delle parti avrebbe dovuto essere una extrema ratio in caso di mancato accordo, non un’arma di ricatto.

Invece, secondo una rivelazione del Sun, Bruxelles sarebbe arrivata addirittura a minacciare di bloccare l’esportazione di generi alimentari britannici in Irlanda del Nord e ciò avrebbe innescato la reazione-bomba di Londra. In uno scenario di no deal, infatti, l’Ue può far leva sull’entrata in vigore del backstop, che lascia a Bruxelles la possibilità di regolare, fino a bloccarli, i beni alimentari che transitano tra Irlanda del Nord e resto del Paese. E questa eventualità, in un contesto di rapporti deteriorati, ha indotto Downing Street a prevedere una “rete di sicurezza” tramite la legislazione interna.

The Sun ha appreso che l’intenzione di Londra di chiarire e modificare alcune parti del WA è maturata dopo le “velate minacce” arrivate dal team di Michel Barnier che l’Ue avrebbe sfruttato quelle parti dell’accordo nel caso in cui il Regno Unito non si fosse piegato alle sue richieste. In base ai termini dell’accordo, infatti, l’esportazione di “prodotti di origine animale” come carne, pesce, crostacei, uova e latticini dalla terraferma del Regno Unito verso l’Irlanda del Nord sarà soggetta alla supervisione Ue. L’Ue dispone di un elenco di “Paesi terzi” autorizzati a importare legalmente prodotti agricoli in aree soggette alle sue regole. Si presumeva che l’inclusione del Regno Unito nella lista fosse scontata, non oggetto di negoziazione, ma i negoziatori britannici sono rimasti a bocca aperta quando il team Barnier ha accennato alla possibilità che Uk non venga inserito, se i colloqui dovessero fallire.

Bruxelles avrebbe tutto il diritto di escludere Londra da quella lista, ma si dà il caso che sarebbe esclusa non solo dai territori Ue ma anche dall’Irlanda del Nord, che di fatto verrebbe annessa all’Ue, almeno dal punto di vista commerciale, e non è certo questo – prendere in ostaggio un pezzo del Regno Unito – lo scopo per cui fu concepito il NI Protocol.

Si dirà: ma Londra non può pretendere che l’Ue concluda un accordo di libero scambio. Vero, ma nel WA si è impegnata a negoziarlo e c’è un altro elemento che prova la sua cattiva fede. Quello che Bruxelles vuole negoziare infatti non è un accordo di libero scambio, ma la sottomissione del Regno Unito alle regole del Mercato Unico e alla giurisdizione della Corte europea di giustizia, il che contraddice nuovamente l’articolo 184 del WA (“nel pieno rispetto dei rispettivi ordinamenti giuridici”).

Bruxelles rifiuta un accordo commerciale anche standard, light, del genere che ha già concluso con numerosi altri Paesi (si è parlato del cosiddetto Canada-plus) e insiste sul “level playing field”, ma un “campo di gioco livellato” tale che esiste solo nel Mercato Unico europeo, non avrebbe precedenti tra gli accordi di libero scambio.

L’Ue pretende infatti che Londra rispetti la sua normativa sugli aiuti di stato, i suoi standard ambientali, lavorativi e sanitari, anche quelli che Bruxelles deciderà in futuro. E che sul trattato bilaterale abbia giurisdizione la Corte europea di giustizia. Insomma, come se fosse ancora parte dell’Unione.

Per non parlare della pesca. E qui, di nuovo, l’articolo 184 (“buona fede” e “rispetto dei rispettivi ordinamenti giuridici”) viene contraddetto dai negoziatori Ue che riconoscono la sovranità di Londra sul suo mare, ma non il suo diritto a decidere chi può pescarci. “Con le regole in vigore, le imbarcazioni Ue possono pescare fino a 6 miglia nautiche dalla costa britannica”, scrive Pezzulli su MilanoFinanza, ma lasciata l’Ue verrà ristabilito il confine marittimo esattamente al centro della Manica. Un bel problema per i francesi, che pescano l’84 per cento della quota di merluzzo in acque Uk, mentre a questo è consentito il 9. Insomma, Bruxelles pretende che le acque siano britanniche, ma i pesci europei (o meglio: francesi). Plateale esempio di cattiva fede nei negoziati.

Il capo negoziatore Uk, David Frost, ha allora proposto che il level playing field sia “bilaterale”, che anche l’Ue si adegui se Londra adotta regole più stringenti, ma Barnier insiste che dev’essere a senso unico.

L’Ue ha accordi di libero scambio con Canada, Giappone e Corea del Sud, ma ovviamente nessuno di essi prevede un’influenza Ue nella governance di questi Paesi. Il NI protocol è un fatto di politica interna britannica, per proteggere l’equilibrio raggiunto con l’Accordo del Venerdì Santo, non un cavallo di troia per costringere il Regno Unito a restare uno stato vassallo dell’Ue. Osserva il nostro Daniele Meloni:

“L’Ue sembra mirare allo smembramento del Regno Unito, cercando di legare l’Irlanda del Nord e la Scozia alla sua economia e al suo progetto politico. Particolarmente grave è il tentativo di voler mettere il becco nella questione irlandese, una ferita ancora aperta per migliaia di britannici e di irlandesi, appena suturata dagli Accordi del Venerdì Santo del 1997. Ma Johnson e il governo britannico hanno da tempo mangiato la foglia e stanno facendo di tutto – qualche volta anche in modo maldestro, occorre dirlo – per mantenere l’integrità territoriale e la profondità difensiva del Regno Unito”.

Altro esempio di cattiva fede. Nel 2018, l’allora presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, proclamò solennemente: “Fin dall’inizio, l’offerta dell’Ue non è stata solo un accordo tipo Canada, ma un accordo Canada plus plus plus“. Tusk e Barnier l’hanno ripetuto più volte, specificando che sarebbe stato solo per la Gran Bretagna, non per il Regno Unito. L’Irlanda del Nord doveva restarne fuori. Ebbene, per superare l’impasse, Johnson accettò il NI Protocol, anche perché c’era la prospettiva di raggiungere l’accordo sul cosiddetto Canada-plus. Ma l’offerta è sparita il 31 gennaio, appena il Regno Unito ha lasciato ufficialmente l’Ue.

E qui introduciamo un’altra, finale, considerazione. Ma esattamente di cosa ha paura l’Ue nel siglare un accordo di libero scambio? Davvero teme che il Regno Unito possa fare uso massiccio di aiuti di stato, alla cinese, nell’industria dell’acciaio o dell’auto? Che abbassi i propri standard ambientali e le condizioni di lavoro ai livelli di Paesi come Vietnam e Bangladesh? È realistico che accada in una democrazia avanzata come il Regno Unito?

Sembra paradossale che a un Paese fino a ieri membro dell’Unione sia più difficile ottenere ciò che è stato concesso a Paesi europei quali la Norvegia, la Svizzera, o anche non europei come il Canada e il Giappone, pur presentando, a differenza di questi ultimi due casi, molte meno difficoltà negoziali, essendo gli standard britannici fino a un minuto prima del 31 dicembre 2020 gli stessi identici dell’Ue.

No, non è questo il punto che preoccupa Bruxelles. Non c’è volontà di fare un accordo commerciale con il Regno Unito perché, come avevamo scritto quasi due anni fa su Atlantico Quotidiano – e i fatti sembrano dimostrarlo settimana dopo settimana – l’Ue teme il “tana libera tutti”. Che altri stati membri, che i cittadini europei, si accorgano che il temuto cherry-picking è inevitabile ed è già stato concesso ad altri Paesi, che in definitiva ciò che è nel loro interesse, ciò che in concreto serve alla loro prosperità e sicurezza, è il libero commercio, mentre la “ever closer union”, l’unione politica, con le sue sovrastrutture, le sue complicazioni, l’armonizzazione fiscale, i suoi costi politici ed economici, non è necessaria, è un’utopia costruttivista che sta dimostrando di essere un ostacolo, di dividere anziché unire i popoli europei. Come aveva già capito Margaret Thatcher e spiegato nel discorso di Bruges nel 1988.

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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