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Boris Johnson verso Downing Street: l’ultimo ostacolo è Jeremy Hunt, ma già pensa alle prossime mosse

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Esteri, Quotidiano, del

Alla fine saranno Boris Johnson e Jeremy Hunt a giocarsi il posto in palio di primo ministro britannico. Dopo un giovedì in cui i parlamentari conservatori erano chiamati ad esprimere il proprio voto al mattino e al pomeriggio, si è conclusa la prima parte di una lunga corsa a tappe che da ora in poi verrà decisa dagli iscritti al partito con una serie di consultazioni, il cui risultato finale sarà reso noto il prossimo 22 luglio. È ancora lunga, parrebbe: la realtà è che Johnson non ha mai visto messo in discussione il primo posto nelle preferenze dei colleghi ed è il più gettonato tra la base, quindi salvo colpi di scena – e con uno come lui non vanno mai esclusi, nulla può essere dato per scontato – i giochi sono fatti.

C’è una porta da aprire, quella con il numero 10 in Downing Street, ma l’ex sindaco di Londra sembra destinato a sfondarla sull’onda della popolarità che lo sostiene, come brillantemente rappresentato sulla copertina dello Spectator in edicola questa settimana.

È il predestinato. Non ha perso un colpo, ha guadagnato consensi staccando facilmente i rivali, solo con l’ultimo scrutinio la conta dei voti a suo favore ha rallentato il passo, ma dietro può esserci un conteggio semplice e politicamente perfido: qualcuno tra i suoi potrebbe aver optato per il Foreign Secretary Hunt per tagliare fuori il più temuto Michael Gove, il ministro dell’ambiente amico/nemico che si è piazzato terzo per due voti. Johnson ha negato qualsiasi “dark arts”, ma ai maligni non importa: i due si sgambettano da quando, dopo aver fatto campagna fianco a fianco per il Leave, si è trattato di scegliere il sostituto di David Cameron all’indomani dell’esito referendario. Non sorprenderebbe se la storia si fosse ripetuta. Sarà contento Hunt, che nella penultima votazione si era visto superare proprio da Gove e aveva così chiesto che la scelta del nuovo leader conservatore non diventasse una questione tra “due ex giornalisti”. Nella ore precedenti invece da più parti ci si augurava che non si trasformasse in una tenzone tra due figli di Eton: Johnson – ovviamente – e Rory Stewart, l’outsider che è riuscito a schivare i colpi, ad incassare consensi e a duellare fino alla quarta votazione. Entrambi hanno frequentato l’esclusivo college che sorge a due passi da Windsor (ha sfornato decine di primi ministri) e che ormai è un’ossessione per i Conservatori, che vorrebbero tanto apparire sempre meno posh, elitari e nobiliari. La stella nascente Stewart ha dimostrato di avere le spalle più larghe di quanto lasci intendere il suo fisico mingherlino e ha rappresentato un bagliore di speranza nel fronte Remain, ma la sua improbabile nomina a capo di governo si sarebbe poi trasformata in un bagno di sangue alle prossimo elezioni a tutto vantaggio del Brexit Party di Nigel Farage.

Da qui alla seconda metà di luglio Johnson ha a disposizione molti match point per chiudere l’incontro (siamo ormai in clima Wimbledon) e ha incassato anche l’endorsement di George Osborne, la mente economica dei governi Cameron, oggi direttore del popolare Evening Standard. Osborne tre anni fa venne fatto fuori da Theresa May e se l’era legata al dito: accusato durante il dibattito referendario di aver innescato il Project Fear, prevedendo durissimi contraccolpi economici e finanziari per il Regno Unito in caso di uscita dall’Unione europea, una volta alla guida del tabloid londinese ha schierato l’artiglieria pesate contro il governo May. Ma ha scommesso su Johnson sulla base dei successi ottenuti come sindaco della capitale e sul fatto che si possa tornare a ragionare di una Global Britain, scacciando i fantasmi di una maggioranza marxista comandata dal laburista Jeremy Corbyn.

Johnson ha più volte ribadito che sulla grande questione, ovvero Brexit, non intende escludere l’opzione no deal in vista della scadenza del 31 ottobre, che deve essere rispettata. Sa che i Comuni la pensano diversamente, come espresso in una serie di votazioni tra febbraio e marzo, ma sa altrettanto bene che può essere uno strumento per contrattare con l’Ue per ottenere qualche modifica all’accordo dello scorso novembre. Hunt è più attendista, non ha mai escluso l’ipotesi di rimandare nuovamente il fatidico giorno e ha dichiarato che è assolutamente necessario escludere l’idea di tagliare i ponti con il blocco europeo senza alcuna garanzia. I due si sfideranno il 9 luglio davanti alle telecamere di ITV e dovranno scoprirsi ancora di più sull’argomento.

Resta però nell’aria una manovra che ribalterebbe i piani. Forte del successo anche tra gli iscritti, Johnson potrebbe puntare direttamente alle elezioni parlamentari per avere una sua maggioranza ed eliminare la minaccia Corbyn: i sondaggi raccontano che tra i due non ci sarebbe confronto. Johnson certamente saprebbe recuperare i consensi dei delusi che alle Europee hanno preferito Farage, ma la scommessa sarebbe azzardatissima e quindi in linea con il funambolismo di BoJo. Brexit rimarrebbe in sospeso il tempo necessario per riprendere i lavori, ma i numeri permetterebbero ai Conservatori di agire in autonomia. È prevista una heatwave su parte dell’isola dalla prossima settimana. Non c’è alcun dubbio, almeno a Westminster.

Dario Mazzocchi

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Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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