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Biden ha in tasca la nomination democratica: negli Stati Uniti il socialismo può attendere

Avatar di Roberto Penna, in Esteri, Quotidiano, del

Con il tris di vittorie in Florida, Illinois e Arizona, Joe Biden può già considerare sua, salvo clamorose sorprese, la nomination democratica. Si sarebbe dovuto votare anche in Ohio dove però le primarie Dem sono state posticipate a causa dell’emergenza del Coronavirus, ma anche nello Stato con la bandiera biforcuta i sondaggi erano tutti a favore dell’ex vicepresidente Usa. Molto probabilmente Bernie Sanders dovrà dire addio al sogno di essere lo sfidante democratico di Donald Trump. Il Partito democratico americano si era spostato negli ultimi anni molto a sinistra, adottando un approccio ideologico ed intriso di odio, se vogliamo, più da sinistra italiana che anglosassone. Il presidente Trump, ovvero non un avversario da sconfiggere con gli strumenti leciti della democrazia, bensì un nemico da abbattere attraverso qualsiasi mezzo e a costo di sfoderare l’arma spuntata di un impeachment poi conclusosi, non a caso, in barzelletta.

Personaggi come il senatore socialista del Vermont o Alexandria Ocasio-Cortez sembravano essere divenuti maggioritari nel Partito democratico, ma la rimonta di Biden, considerato debolissimo fino a poche settimane fa, ha ridato fiato alla componente più moderata e centrista del partito dell’Asinello. Senza dubbio si tratta di un partito che rimane spaccato perché i fan di Sanders, e di una svolta marcatamente di sinistra, rimangono numerosi. Joe Biden ne è consapevole tant’è che ha rivolto un appello benevolo proprio a Bernie Sanders al fine di costituire un fronte comune contro Trump, quindi l’ex vice di Obama dovrà concedere e promettere qualcosa alla sinistra Dem. Tuttavia, i fautori di una piattaforma interamente socialista e dirigista sono al secondo posto. Mentre il primo è occupato da chi, pur non potendo essere, è ovvio, un punto di riferimento liberista, sembra intenzionato a fermare, almeno in parte, l’ondata statalista, come ha lasciato intendere durante l’ultimo dibattito con Bernie Sanders, nel quale ha manifestato la propria contrarietà al “Medicare for all“, ovvero alla sanità gratuita ed universale per tutti, caldeggiata invece dal senatore del Vermont. La grande questione della sanità (privata, pubblica o mista), richiede un articolo a parte, ma se la più grande democrazia del mondo continua a guardarsi bene dall’idolatrare lo Stato come panacea di tutti i mali, anche nell’attuale e drammatica fase caratterizzata dal Coronavirus, questo rassicura un po’ coloro i quali, in America e nel resto del mondo, hanno ancora a cuore la libertà.

È risaputo, in tutte le crisi di dimensioni globali le libertà individuali ed economiche subiscono una forte compressione, e la vita dei liberali si complica ulteriormente. Ricordiamo la crisi economica mondiale del 2008 in cui gli Stati intervennero a gamba tesa per salvare le loro rispettive economie e quei colossi, come si diceva, “too big to fail“. Nemmeno gli Usa ne rimasero indenni e l’interventismo statale cominciò durante la fine della presidenza del repubblicano George W. Bush. Tutto fa pensare che anche il Coronavirus riporterà in auge o stia già riportando, in tutte le latitudini e in maniera ancora più pressante rispetto al 2008, una maggiore richiesta di intervento pubblico, e per quanto riguarda una molteplicità di aspetti, dall’assistenza sanitaria all’economia e sino alla vita sociale di tutti i giorni. Gli Stati Uniti, anche con l’attuale presidente, che non è certo un fan del “big government“, potrebbero essere coinvolti da tutto ciò al pari o quasi di altri Paesi. Determinate emergenze possono sgretolare purtroppo le differenze fra aree geografiche e schieramenti politici, ma se vi fosse ancora il pericolo, ormai in buona parte neutralizzato, dell’arrivo alla Casa Bianca di un ammiratore di Fidel Castro come Bernie Sanders, allora dovremmo prepararci ad un Occidente, Usa inclusi, sempre più simile alla Cina. Mentre, per male che vada, potrebbe fare il proprio ingresso nello Studio Ovale il male minore, e cioè Joe Biden, il quale è un po’ più cauto rispetto al senatore dichiaratamente socialista del Vermont. Se a causa del Coronavirus, come abbiamo detto, è lecito attendersi qualche nuova forma di dirigismo persino da Donald Trump, essa diviene scontata con Biden, ma una volta scomparso il rischio maggiore impersonificato da Sanders, possiamo continuare a sperare di non dover morire cinesi.

Se nessuno può essere matematicamente certo della rielezione di Trump, non vi può essere nemmeno la certezza relativa ad una sconfitta del presidente in carica, anche se tanti gufi interessati, direbbe Renzi, si sono già messi all’opera con la malcelata speranza che il Coronavirus produca un’ecatombe negli Stati Uniti e travolga tanto il sistema sanitario americano quanto il futuro politico di Donald Trump. Visto che la cattiveria umana non ha limiti, a qualcuno deve essere persino dispiaciuto che Trump fosse negativo al Covid-19. Alcuni commentatori italiani, prima di prefigurare disgrazie altrove, farebbero bene a concentrarsi soprattutto sul loro Paese, che è quello messo peggio, al momento, sul fronte della lotta al Coronavirus. In ogni caso ci auguriamo che il popolo americano non abbia dimenticato i numerosi pasticci, interni ed esterni all’America, dell’era obamiana, oltre all’accondiscendenza proprio nei confronti della Cina. Ciò può ripetersi in un’eventuale presidenza Biden.

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Roberto Penna


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