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Berlinguer fu anche comunismo, questione morale e giustizialismo, che hanno avvelenato la sinistra (e l’Italia)

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“I valori di una certa sinistra che fu, quella di Berlinguer, e cioè il lavoro nelle fabbriche, quello degli operai, degli insegnanti, degli agricoltori, degli artigiani, adesso sono stati raccolti dalla Lega”. Con queste parole durante la trasmissione L’aria che tira Matteo Salvini ha provato ad accostare il Carroccio al Pci di Berlinguer. Una mossa che può essere compresa dal punto di vista elettorale (il leader leghista guarda con particolare attenzione agli ex elettori del Pci/Pds/Ds/Pd), ma che da una prospettiva politico-culturale risulta uno scivolone.

Nonostante il tentativo di Salvini, i valori della sinistra di Berlinguer non possono essere ridotti all’attenzione per i lavoratori. Il leader del Pci, del resto, fu molto altro. Intanto fino alla sua morte fu uno strenuo sostenitore del modello comunista. Quindi di un modello di natura collettivista, liberticida e chiaramente antidemocratico. Basta leggere i suoi discorsi e le sue interviste per capire il suo legame con le dottrine di Marx e Lenin, mai del tutto abbandonate nonostante alcune revisioni. Anche negli ultimi anni della sua segreteria, egli ritenne il comunismo la soluzione per i mali del Paese. Si veda, ad esempio, questo passaggio di un intervento tenuto nel 1981 nel corso di Tribuna politica:

“Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune lezioni di Lenin conservino una loro vitalità, e che vi sia poi, d’altra parte, tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti, che debbono essere abbandonati e che, del resto, sono stati da noi stessi abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, che si concentra su un tema che per noi era il tema centrale dell’opera di Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello della via al socialismo e dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche quali sono le società dell’occidente europeo”. 

Dunque, otto anni prima del crollo del Muro di Berlino e del collasso del sistema sovietico, il segretario del Pci riteneva il comunismo una strada percorribile. Certo, senza rivoluzione ma seguendo una fumosa terza via che avrebbe dovuto portare il Paese fuori dal sistema capitalistico, evitando qualsiasi compromesso socialdemocratico.

Per coprire la crisi del modello comunista, Berlinguer seppe però utilizzare magistralmente la questione morale e la diversità comunista, cioè una presunta superiorità di natura etica e culturale del Pci. Ed è forse questa l’eredità più feconda, proprio quella che amano rivendicare i suoi nipoti. La purezza morale come valore politico. Emblematica in questo senso la celebre intervista rilasciata a Scalfari nel 1981:

“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano”.

Trasformando la questione morale in priorità politica, Berlinguer gettò le basi per un giustizialismo sfrenato che avrebbe avvelenato l’Italia dei primi anni Novanta. Il leader comunista colse acutamente i problemi del sistema partitocratico, di cui il Pci era parte (altro che diversità…), ma senza fornire soluzioni politiche concrete. Il vuoto politico-ideologico lasciato dal segretario di Botteghe oscure avrebbe pesato a lungo sull’identità del Pci e poi del Pds, conducendolo anche alla sconfitta nel cruciale appuntamento elettorale del marzo 1994. Quel vuoto, poi, avrebbe influenzato pesantemente anche il Pd rendendo difficili i riferimenti alla cultura socialista, vista la damnatio memoriae nei confronti del Psi craxiano. Il tramonto del marxismo-leninismo, vinto dalla storia, e le necessità di ignorare la socialdemocrazia avrebbero così generato i tanti psicodrammi identitari della sinistra postcomunista.

Come si può notare il richiamo ai valori di Berlinguer è pericoloso. Sia perché significa riaccostarsi a valori sconfitti dalla storia (il comunismo), sia perché si rischia di abbracciare una politica moralistica e manettara che ha fatto danni non indifferenti al nostro Paese. Non da ultimo la nascita, l’affermazione e il successo del grillismo.

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Martino Loiacono


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