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Basta genuflessioni per sentirsi più buoni e impartire lezioni morali. Basterebbe restare civili

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Basta melassa, basta retorica, basta luoghi comuni, vi scongiuro! Ne abbiamo le tasche piene (se vogliamo definire tasche qualcosa che, dai e dai, possa anche rompersi) di tutte queste mestolate di miele che ci vengono ammannite da radio e tv, giornali, social, per riaffermare quanto siamo tutti desiderosi di dimostrarci più buoni e giusti di prima. Troppa bontà stucca, troppo zucchero provoca il diabete, troppi abbracci, alla lunga, scocciano. Ma sarà ancora possibile, in questo Paese di irriducibili teneroni, affermare che di gran parte dei problemi altrui non c’importa un fico secco, quando poi è la realtà di tutti quelli che non siano santi o aspiranti tali? Se avessi più capacità imprenditoriale e fossi meno pigro, mi metterei subito a sfornare ginocchiere in vari colori e di varie fogge, per proteggere i costosi pantaloni griffati dei tanti elegantoni che, da giorni, non sembrano fare altro che inginocchiarsi di fronte ai dimostranti statunitensi (non propriamente pacifici e tolleranti) oppure davanti al fenomeno mediatico del giorno. Ma, sant’iddio, vi siete rialzati ieri dalla genuflessione adorante della stupidella svedese, che già siete di nuovo in ginocchio? Ma è mai possibile che dal mondo intero, ogni giorno che passa, ci venga impartita una lezioncella ed una linea di condotta? Non bastasse il globo terracqueo, persino le scemenze detteci dallo spazio da astronauti che dovrebbero ricordare di essere ufficiali delle nostre Forze Armate prima che guru o filosofi, portano subito all’adorazione acritica di nuovi orizzonti sociali, dei quali magari non conosciamo le basi, ma che fa tanto figo rilanciare subito sui social e mettere nei nostri profili.

Trovo insopportabile ed oltremodo pesante la zuppa per suini che ci viene quotidianamente data in pasto dai media per indurci al pensiero dominante degli “alti valori” dei quali siamo o dovremmo essere portatori ed osservanti seguaci, pena l’esclusione sociale. Parrebbe essere più importante commuoversi, piagnucolare e chinare il capo che tenerlo ben ritto e fisso sul collo. Aiutatemi a capire, suvvia: non s’era detto che le dittature, i regimi antidemocratici, i governi più ferocemente antisociali obbligavano la gente a mettersi sull’attenti, a rispettare vuoti miti passati, a perdersi nella retorica delle grandi frasi senza senso pratico scritte sui muri? E adesso cosa stiamo facendo? “Siamo un grande popolo”, “stiamo uniti e rialziamo la testa”, “affrontiamo con coraggio e determinazione le nuove sfide” e facezie consimili traboccano, untuose e ridicole, dagli schermi televisivi e su quelli dei computer. A nessuno viene in mente di considerare che “un grande popolo” fa grande una nazione, ma guai se lo stato si prefigga di far diventare “grandi” i suoi abitanti con l’imposizione? Dobbiamo essere “grandi” per forza, forse? Vorrà dire che se non saremo all’altezza di essere grandi, pazienza, ci accontenteremo della mediocrità e staremo al mondo pure noi, facendo a meno dei consigli pelosi delle altre nazioni che ci vedono come eterni scolaretti.

Sullo stare uniti per forza, poi, si potrebbero dire moltissime cose, e tutte spiacevoli per quelli che ci vogliono in gregge come pecoroni sospinti nel recinto da un botolo saltellante che ci morde nei garretti. Ma andiamo! Non siete anche voi arcistufi di accendere la tv e sentire un fesso qualunque che ci dice cosa dobbiamo fare? Delle due, l’una, tertium non datur: o siamo un popolo di fessacchiotti che abbisogna di quotidiane istruzioni persino per stabilire chi sia abbastanza nostro “congiunto”, e in questo caso addio al “grande popolo”, oppure siamo persone, nella maggioranza, perbene e di certo non meno intelligenti dei nostri governanti, nel qual caso, i consigli li accettino pure da noi e la smettano con quella spocchietta da primi della classe che ci fa sovranamente incazzare.

E le pubblicità di questi giorni, ne vogliamo parlare? Musichette degne della colonna sonora di quei matrimoni in cui trionfano le cravattone col nodo a imbuto gigante e dove gongolano le sposine con abito castissimo sul davanti ma con scollatura fino alla riga delle chiappe sul retro. Frasi melliflue e fini dicitori ispirati, che sembrano dir messa, ci ricordano che la loro ditta ha tenuto duro, come noi tutti ma loro di più, e che ora sono pronti ad accogliere gioiosamente un futuro radioso e ricchissimo. Le immagini, guarda caso, non inquadrano mai cartelle Equitalia già pronte ai blocchi di partenza e fornitori di servizi voraci che stanno per spellarci, no, loro inquadrano prati fioriti, famigliole che corrono mano nella mano sulla battigia, invariabilmente al tramonto e con uno slogan in sovrimpressione in cui compaia “Italia”. Tutte scemenze che s’inseriscono nel trend corrente, fatto di vaghe promesse, di richiami all’ecumenismo e alla voglia di stare assieme (ma il botolo ci controlla lo stesso, nel caso che sia necessario tenerci assieme, suo tramite). Che poi, detto botolo abbia o meno la pettorina da assistente civico o come diavolo hanno chiamato quelli che dovrebbero romperci le scatole col metro alla mano, sono dettagli.

In ogni situazione di governo discutibile, uno o più botoli agitati ci sono sempre. Ma se questa fosse la perfetta democrazia, io premo il pulsante di prenotazione per la prossima fermata e scendo a quella. Le mascherine con le belle frasi, per dirne un’altra che piace tanto, sono la trasposizione itinerante dei balconi più o meno musicali di qualche tempo fa, quelli, per intenderci, che ci facevano chiedere se arcobaleni tanto sbilenchi e coi colori sbagliati fossero opera del piccolo Ugo o di suo padre architetto, laureatosi chissà dove e chissà come. Perché noi, alla fine della fiera (e questa è davvero una fiera e pure di basso livello), siamo davvero assai meno buoni di quanto ci vogliano far diventare loro. Ma non lo sono nemmeno loro, i decisori, che alla nostra richiesta di pane non rispondono con brioches (magari!) ma con le tasse, e non lo sono, peraltro, quelli che essendosi auto-ascritti alla categoria dei buoni e dei tolleranti, vorrebbero appendere per i piedi gli avversari politici e sputano fiele (perlopiù a comando) su coloro la pensino diversamente. Forse basterebbe ed avanzerebbe rimanere persone civili, niente di più ma niente di meno, lasciando tutto il repertorio dei dolciumi alle pasticcerie e tutti i bei discorsi sull’uguaglianza sociale mondiale ai santi ed ai teorici, Ora, per favore, basta teorici. Abbiamo bisogno di gente pratica, sincera, capace, che parli meno e metta mano subito al portafoglio per salvare la baracca, finché siamo ancora in tempo.

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Roberto Ezio Pozzo


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