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Bardonecchia: la responsabilità politica dei governi italiani

Avatar di Giuseppe Pennisi, in Esteri, Quotidiano, del

La pace del periodo pasquale è stata turbata non solo dalle gravissime vicende ai confini tra Israele e la Striscia di Gaza, ma dai fatti di Bardonecchia: la morte di una migrante incinta che stava tentando di attraversare il confine ed è stata brutalmente respinta dai gendarmes; e l’irruzione, con pistole alla mano, di polizia frontaliera francese in un locale di un’organizzazione italiana di assistenza ai migranti e l’umiliazione inflitta ad un migrante con permesso di soggiorno in viaggio da Parigi a Napoli. I dettagli sono noti.

Sotto il profilo giuridico, i francesi hanno torto e il presidente della Repubblica d’Oltralpe dovrebbe fornire le scuse di Marianna all’Italia. In base agli articoli 40 e 41 del Trattato di Schengen, infatti, sono previste circostanze in cui, per motivi di urgenza, i poliziotti di un paese possono sconfinare in un altro, ma devono comunicarlo alla polizia dell’altro Stato e ciò non è avvenuto. Intervistato da Repubblica, il giurista Edoardo Greppi, docente di diritto internazionale all’Università di Torino che è casualmente in vacanza a Bardonecchia, ha detto: “Quando ero ragazzo io era impensabile vedere una pattuglia della Gendarmerie o della Police National a Bardonecchia, o una pattuglia di Carabinieri o della Polizia di Stato a Modane. Oggi è materia quotidiana, perché il rapporto tra i due paesi è molto stretto”. Commentando l’episodio, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) ha invece giudicato che le leggi di collaborazione tra la polizia italiana e quella francese sono state “palesemente violate”. Oltre all’accordo di Schengen, infatti, c’è l’Accordo di Chambery del 1977, il Trattato di Prüm del 2005 e l’Accordo tra Italia e Francia in materia di cooperazione bilaterale per l’esecuzione di operazioni congiunte di polizia del 2012. In punta di diritto tutte queste fonti dimostrano che nell’intervento della polizia francese non è stata coinvolta né informata quella italiana, come invece sarebbe dovuto succedere. Ce ne è abbastanza perché Christian Masset, attuale ambasciatore di Francia in Italia, venga invitato a traslocare in un appartamento parigino meno impegnativo di Palazzo Farnese.

Però le relazioni internazionali non si svolgono unitamente in punta di diritto. Sotto il profilo sostanziale, i poliziotti francesi (certamente ignoranti di pandette e con una cultura generale non superiore di quella dei poliziotti di una celebre lettera corsara di Pier Paolo Pasolini) erano certi di avere tutti i titoli di fare ciò che hanno fatto.

La responsabilità politica è interamente dei Governi che dal 2014 hanno guidato l’Italia, sempre genuflessi di fronte alla Francia (pure quando l’inquilino dell’Eliseo era il comico Hollande), o perché intervenisse in nostro favore per avere la concessione, da parte delle autorità europee, di flessibilità da spendere in regalie elettorali, che non hanno evitato al PD (Partito Distrutto) di perdere cinque elezioni consecutive; o perché evitasse un abbraccio troppo stretto tra Parigi e Berlino, trascurando Roma. Si è arrivati al ridicolo quando il sottosegretario Sandro Gozi, alla vigilia delle elezioni, ha maldestramente tentato di dare un colore politico alla prima riunione di funzionari francesi ed italiani per la stesura di un ipotetico “Trattato del Quirinale”. Lo stesso presidente del Consiglio, Conte Gentiloni Silveri, il quale conosce l’etichetta, appreso del tentativo, ha vietato la presenza di stampa e televisione al fine di minimizzare il danno.

La Francia ha sempre avuto il senso de la grandeur: soprattutto i ceti meno istruiti hanno una notevole arroganza nei confronti degli altri (in Europa, specialmente degli italiani, degli spagnoli e dei portoghesi). L’ho sperimentato per anni sulla mia pelle trattando con i tre fratelli che hanno sposato le tre sorelle di mia moglie, nessuno dei quali con istruzione universitaria e tutti e tre in grado di farne di cotte e di crude e di sperperare il patrimonio dei miei suoceri. Al loro livello culturale, analogo a quello della polizia frontaliera, la grandeur fa sì che i non francesi siano considerati inferiori; si dicono meravigliati che a Roma si parli italiano e non francese (sic!).

Naturalmente ci sono francesi di altra stazza: uno dei miei migliori amici è stato per quasi venti anni direttore generale dell’Eurostat ed ha vinto un processo nei confronti di Romano Prodi, ma (anche se ha meritato la Legion d’Onore) è umile (come tutte le persone intelligenti) e nella vertenza in questione dà torto ai gendarmes ed alla polizia di frontiera d’Oltralpe.

Ma se ci si genuflette, si offre il tergo e si chiede aiuto, i funzionari e gli stessi governanti francesi non possono non ingigantire il senso de la grandeur e credere che nello scacchiere europeo l’Italia sia un Paese di grande appetito e denti deboli, nonché quasi lieto di essere umiliato.

Conte Gentiloni Silveri, se resti ancora un po’ a Palazzo Chigi, alza la testa e parla chiaro con quel Macron a cui gli stessi francesi hanno affibbiato il nomignolo di micron.

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Giuseppe Pennisi


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