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Baraccone Sanremo: quando abbiamo autorizzato la Rai a imporci lezioni e maestri di vita, per rieducarci con sovietica compassione?

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In questi giorni di polemiche sanremesi e di ragli asinini sulla radio di Stato da parte di personaggi che, se ancora esistesse il buongusto, nemmeno verrebbero invitati a partecipare a certe trasmissioni e/o certi eventi, riceviamo soltanto conferme. La cultura del trash, del “pugno allo stomaco” come quelli più moderni di me usano definire una cosa inutilmente offensiva o di cattivo gusto, è uno stile di vita, un dato di fatto. Senza insulti, prese per il culo e discorsetti moralistici, non si costruisce più una trasmissione destinata al grande pubblico. Bisogna additare, stigmatizzare, sensibilizzare; in una sola parola, educare il pubblico incolto e boccalone. Purtroppo, dobbiamo ammettere che noi del pubblico un pò coglioncelli lo siamo davvero, se addirittura permettiamo alla Rai d’imporci il canone nella bolletta della luce, e se continuiamo a tollerare una subdola e costante propaganda politica sfacciatamente orientata a sinistra, pagandola coi nostri soldi, anche se, putacaso, non fossimo contenti di sostenere economicamente una parte che non ci piaccia. Facile imporre qualsivoglia alzata d’ingegno non propriamente rispettosa ad un pubblico d’inermi spettatori che tutto tollerano.

L’Italia è il Paese al mondo con la più ampia (anche se non molto variegata) offerta radiotelevisiva, in assoluto. Basta cambiare canale o girare la manopola della sintonia della nostra radio, se qualcosa che vediamo o ascoltiamo ci disturbi, almeno in linea teorica. In pratica, le cose non stanno propriamente così. Accade, infatti, che, perlomeno per tenersi aggiornati al frenetico incalzare della cronaca e della politica, un pò di radio e tv di Stato le si debbano ascoltare per forza. Come già scrissi, proprio su queste pagine, chi sta nelle redazioni dovrebbe attenersi alla cronaca e limitare al massimo i commenti e le pandette esplicative delle notizie, ma ciò non accade ormai più da anni. Quando il tasso di scolarizzazione era assai più basso di adesso, la radio e la tv spiegavano la cronaca assai meno di oggi, ossia nell’epoca del “sappiamo tutto”, e la gente capiva perfettamente l’essenziale, senza che le fosse impedito di formarsi una propria opinione sulle cose. E no, adesso proprio bisogna trattarci tutti da fessi, con riassuntini storici, quasi sempre di parte, ed una lettura preconfezionata di qualsiasi fatto sia accaduto. Paradossalmente, all’epoca (1960-1968) della trasmissione “Non è mai troppo tardi” del simpaticissimo e compianto Maestro Alberto Manzi, per mezzo della quale milioni d’italiani hanno imparato a leggere e a scrivere, cosa che oggi pare appartenere alla preistoria, si portava più rispetto agli spettatori tv di quanto non se n’abbia nel terzo millennio. Adesso siamo tutti ignorantoni da rieducare, con sovietica compassione, e da guidare, passo passo, alla costruzione del mondo migliore che, evidentemente, hanno in testa i responsabili della programmazione radiotelevisiva, in un afflato di generosità disinteressata che non soltanto consente loro di decidere quali contenuti siano adatti o meno a noi poveri e disinformati spettatori, ma financo d’incaricare improbabili quanto improvvisati maestri di vita per ammannirci la quotidiana lezioncina su etica e morale.

In epoca di povertà ancora diffusissima in Italia (ben oltre il 5 per cento della popolazione) si strapagano attorini ed attoroni, showmen e showgirl, comici e cantanti, per leggerci un po’ la vita, pagando un canone salatissimo per farcela leggere e trattandoci da baluba (come si diceva una volta senza essere tacciati di razzismo) se manifestiamo un po’ di stanchezza per tanta supponenza da parte loro. Ecco, dunque, che il Festival di Sanremo, scioccamente e senza ragione privato da anni dei fiori, vera ossatura portante dell’economia della Riviera (appunto) Dei Fiori, non è più il Festival della canzone italiana; e poco importa. Ormai contano i messaggi sociali, i “pugni nello stomaco” già ridotto a pezzi dai troppi subiti, gli ospiti scelti con la pervicace preordinazione di farci incazzare. Questo enorme baraccone che è diventato il Festival di Sanremo, vera apoteosi dell’autocelebrazione di capi, capetti e capatazzi della già onnipotente Rai, e soltanto episodicamente veicolo per promuovere la nostra musica, non sempre eccelsa, sa di precotto, di minestra riscaldata, di prevedibilissime “novità epocali” che ci vengono anticipate ogni anno facendoci dire: “Ecco lì, lo sapevo…”.

Come ogni anno in questo periodo, si scatena la bagarre sui social, che di solito inizia con l’immancabile “boicotta Sanremo” per poi passare, invariabilmente, attraverso una penosa serie di excusationes non petitae di quelli che si vergognano di dire sui social di guardarlo ogni anno, ma che poi non possono trattenersi dal commentarlo nei minimi particolari e concludersi, altrettanto invariabilmente, con le polemiche sul vincitore del Festival. D’accordo, sono sciocchezze, e meno male che ogni tanto si alleggerisce un po’ la vita con le canzonette e con i commenti sugli abbigliamenti improbabili di certi “artisti”, ma proprio per tal motivo mischiare sciocchezze con immensi problemi sociali, religione, tragedie ed insegnamenti morali è assolutamente non più sostenibile, almeno per i (pochi o tanti che siano) che guardano la televisione per rilassarsi un po’, senza aver nominato padri spirituali e senza aver mai autorizzato la Rai ad impartirci lezioni di vita, se non altro perché ciascuno di noi è libero di scegliersi i maestri che vuole, pagarli o meno quanto vuole, mandarli a quel paese quando vuole.

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Roberto Ezio Pozzo


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