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Apprezzabile lo sforzo di Baricco che suona la sveglia alle élites, ma cade nello stesso errore che denuncia

Federico Punzi di Federico Punzi, in Cultura, Politica, Quotidiano, del

Apprezzabile sforzo quello di Alessandro Baricco, su la Repubblica di ieri, nel dibattito che semplificando siamo soliti sintetizzare nell’espressione “popolo vs élite”. Articolo da leggere il suo “E ora le élite si mettano in gioco”. Apprezzabile sforzo soprattutto laddove suggerisce alle élites di smetterla di arroccarsi; di abbandonare una narrazione negazionista e autoassolutoria, addirittura complottista, fatta di bot e troll, delle recenti scelte di larghi settori dell’elettorato; basta far leva sulla paura, con i vari “project fear”, per spingerli a mutare i propri orientamenti; consiglia loro, invece, di ammettere che “la gente ha ragione” (meglio, direi, ha le sue ragioni). Insomma, una critica di tutti quegli atteggiamenti sprezzanti ben sintetizzati dall’infelice espressione usata in campagna elettorale da Hillary Clinton all’indirizzo dei sostenitori di Donald Trump: “Basket of deplorables”.

Condivisibile anche il suo allarme per “un modo di pensare” brutalmente semplicistico che si sta affermando, efficace sì a liquidare le élites che hanno fallito, ma che rischia di farci prendere clamorose “cantonate” nella comprensione di una realtà sempre più complessa e, di conseguenza, nelle soluzioni ai problemi. Insomma, di riportarci indietro di decenni.

Meno condivisibile, invece, quando Baricco sembra cadere nello stesso errore che denuncia. In quella che chiama una quasi “insurrezione” della “gente”, esattamente come le élites che critica, non riesce a scorgere null’altro che rabbia, irrazionalità, una pars destruens senza idee, valori significativi e distintivi, senza alcuna capacità di immaginare il futuro, in poche parole senza uno straccio di visione, priva di identità e tratti culturali.

Ma a ben vedere il movimento di contestazione dell’establishment che pervade le nostre società non è solo distruttivo. Vi si possono scorgere, anche se certamente in modo non strutturato, confuso e contraddittorio, valori e legittime aspirazioni, condivisibili o meno che siano. Un minimo comune denominatore è, per esempio, il tentativo di riprendere per via democratica, ossia attraverso l’esercizio del diritto di voto, il controllo di processi politici ed economici i cui centri decisionali da qualche lustro si stanno allontanando dalla cittadinanza sia fisicamente, che negli interessi a cui rispondono. Il desiderio popolare di interloquire con un ceto politico direttamente accountable, a cui si possa immediatamente chieder conto delle scelte. Certo, non in tutti i Paesi abbiamo visto la medesima capacità di creare sbocchi costruttivi, o non solo distruttivi, all'”incazzatura” dei ceti medi e medio-bassi.

Ma c’è dell’altro: quella che semplificando si usa definire “popolo vs élite” è una frattura sociale e culturale in realtà molto più complessa e profonda, come spiegato per esempio dal giornalista britannico David Goodhart nel suo libro “The Road to Somewhere” (ospitiamo un suo articolo in “Brexit. La Sfida”). Frattura che non solo ha giocato un ruolo decisivo nella Brexit, ma è presente in tutte le società occidentali a causa dell’impatto della globalizzazione. Quella tra due gruppi che Goodhart ha chiamato Anywheres e Somewheres. Due gruppi sociali legati a valori contrapposti, che vedono il mondo da due diverse prospettive: globalista, cosmopolita i primi; e più locale, comunitaria, nazionale i secondi. Istruiti e inclini alla mobilità, i primi abitano nelle grandi metropoli e ritengono un valore l’apertura. Le loro reti relazionali vanno oltre i confini nazionali, il loro status economico e sociale si fonda sui cambi di carriera: grazie alle loro competenze e professioni, se perdono il lavoro possono cambiare città o addirittura Paese e trovarne uno migliore senza difficoltà. Insomma, il loro successo e i loro legami personali non dipendono da un particolare luogo. Prosperano nella globalizzazione, che vedono come un asset, non una minaccia. Al contrario, i Somewheres sono meno istruiti e le loro vite, le loro attività sono radicate in un particolare territorio. Per costoro hanno più valore i legami famigliari, locali e nazionali, la tradizione, la sicurezza e lo stato sociale. I primi rappresentano un segmento consistente ma non maggioritario della popolazione. Tuttavia, sono più influenti e rappresentati nelle istituzioni e nei mainstream media, e tendono a vivere nella propria “bolla”. Pur essendo maggioritari, i Somewheres sono meno ascoltati e rappresentati, si sentono anzi giudicati e disprezzati e covano quindi un forte risentimento. Su questioni che hanno a che fare con l’identità, questi due gruppi tendono a votare in modo opposto.

Non condivisibile l’intervento di Baricco anche quando sembra suggerire (anche lui!) che in fondo è tutta colpa del liberismo. Un’analisi socio-economica anch’essa semplicistica e vecchia, novecentesca come quelle élites che invita a mettersi in gioco. Non si tratta tanto di redistribuire la ricchezza (lo hanno fatto troppo, e male, le nostre classi politiche, per comprare consenso, per neutralizzare il conflitto sociale…), ma di favorire le condizioni per crearne di nuova, tornando ad aprire spazi di opportunità. In questi due ultimi decenni, soprattutto in Italia non abbiamo affatto assistito ad un eccesso di liberismo. Come si può sostenerlo in presenza, nei Paesi di cui parliamo, di elevati livelli di spesa pubblica (vicini o superiori al 50 per cento del Pil), di tassazione (oltre il 40 per cento del Pil) e di debiti pubblici avviati verso il 100 per cento o, come nel caso italiano, ben oltre? Il problema, semmai, è che una porzione troppo ristretta dell’economia si pretende che sia sottoposta alle dure leggi del mercato e della concorrenza, dovendo per altro avere a che fare con una burocrazia e una fiscalità asfissianti, e la crescente bulimia regolatoria da Bruxelles al più piccolo dei Comuni. Anche il mercato del lavoro continua ad essere duale, per cui a fronte di milioni di ipertutelati, la flessibilità di cui le imprese necessitano grava tutta sulle spalle dei nuovi lavoratori, generando precarietà e insicurezza.

E se l’apertura dei commerci tra gli stati ha portato grandi benefici e innovazione, la globalizzazione non equivale certo a un mercato libero e corretto. Al contrario, pratiche sleali, politiche mercantiliste, la mancata liberalizzazione della Cina, nella latitanza delle organizzazioni internazionali che erano chiamate a vigilare, hanno provocato pesanti distorsioni e un processo di trasferimento della manifattura da occidente verso oriente, con una conseguente perdita di identità di intere comunità e ceti sociali – i cosiddetti “dimenticati”.

La “gente” può sembrare accontentarsi di un sussidio, ma ciò che realmente è sparito negli ultimi due decenni è il senso di opportunità, di avere il proprio destino nelle proprie mani, poter scorgere all’orizzonte prospettive migliori per se stessi e i propri figli.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

9 risposte a “Apprezzabile lo sforzo di Baricco che suona la sveglia alle élites, ma cade nello stesso errore che denuncia”

  1. Lorella Agosto ha detto:

    Ma perché mai cercare sempre di contestare le buonebuone intenzioni ? Almeno qualcuno che ha ” “voce” ha iniziato ad introdurre il problema, e questo è già rimarchevole.

  2. […] lo stato delle cose – la nuova narrazione delle élites […]

  3. Giulio ha detto:

    Fino a qualche anno fa i “no global” erano quelli di estrema sinistra, le tute bianche, i centri sociali che sfasciavano i negozi e urlavano slogan anti-americani. Io li ho sempre combattuti, e non ho cambiato idea neanche adesso che sento queste lagne anche da destra (sociale).
    Sono favorevole al libero mercato, alla difesa dell’individuo (la minoranza più piccola), alla libertà di viaggiare, all’ordine spontaneo. Proprio per questo sono tremendamente contrario all'”accoglienza”, cioè spendere decine di miliardi per prendere persone e distribuirli in Italia, pagando vitto, alloggio, sanità etc.. Questa è pianificazione sociale, cioè il contrario del liberalismo.
    Tutti i socialisti accusano il liberismo, quelli di sinistra per le disuguaglianze economiche, quelli di destra per l’immigrazione e la disoccupazione, e sbagliano entrambi.

  4. Federico libero ha detto:

    Ottimo articolo, centrato il punto.
    La contrapposizione odierna non è più tra classi sociali ma tra due distinti blocchi.
    “si sentono anzi GIUDICATI e DISPREZZATI” proprio vero, io ne conosco alcuni di questi, ed è proprio così.
    Il mio sentimento è quello descritto da Giulio, la pianificazione da Europa sovietica la aborro.

  5. MICHELE ha detto:

    Io condivido la posizione della lettrice Lorella. Alessandro Baricco non è il primo ad aver dato importanza al cleavage “alto/basso” rispetto a quello più tradizionale “destra/sinistra” ma però è la prima volta che ciò avviene dalle colonne del gruppo editoriale Repubblica-Espresso.
    Va vista come una mossa della “società civile” o se si preferisce dal mondo intellettuale atta ad aggiornare un dibattito che rischia di andare in asfissia.
    Se leggiamo correntemente organi di stampa mainstream notiamo che viene di continuo proposta come prevalente l’importanza del cleavage “destra/sinistra” per di più sotto forma di fascismo sempre immanente e imminente e Salvini come reagente primario di tale situazione attraverso tweet e dichiarazioni a reti televisive.In sostanza guardare al dito anzichè alla luna.
    Baricco secondo me ha lanciato una provocazione intelligente che meriterebbe di essere raccolta sotto forma di sfida importante per il nostro ceto politico.
    E qui forse tenderei a dare una quota di ragione al pessimismo del dottor Punzi : temo che la politica, specie a sinistra, non abbia ancora capito i costituenti dinamici fondamentali sul piano socioeconomico di questa epoca e pertanto temo che verrà ancora sprecato tempo prezioso prima di avere una proposta adeguata ai tempi

  6. David De Ranieri ha detto:

    Commento apprezzabilissimo per toni, ragionamenti e molti contenuti. Non concordo del tutto nell’analisi su redistribuzione ed intervento pubblico. Prendendo ad esempio l’Italia, si prende una cantonata grossa. Noi siamo un Paese anomalo e rischiamo di fornire un benchmark per alcuni parametri fuori lettura. La rottura “tra elite e popolo” è un dati di fatto storico di tutti i Paesi Occidentali, da USA a Francia, da Spagna a Svezia. Le cause sono in buona parte descritte da Baricco. I rimedi sono riportare le elites da Casta a Classe Dirigente. Cioè con Principio di Responsabilità, trasparenza, no conflitto interesse, zero privilegi e soprattutto ricambio.

    • Federico libero ha detto:

      ottimo De Ranieri.
      È l’appropriata conclusione dell’articolo.
      Ma non concordo sui privilegi che vedo semplicemente come bonus, per chi ottiene risultati ovviamente.

      • David De Ranieri ha detto:

        Mi spiace, ma sono privilegi. Ingiusti, ingiustificati e auto-elargiti privilegi. Non scendo nella demagogia delle auto blu (che comunque, Cottarelli dixit, sono oggettivamente uno spreco ed un abuso), ma un conto è un Dirigente di Stato che raggiunge degli Obiettivi ed ha un extra; un altro conto è avere gli stipendi medi per parlamentari, consiglieri regionali, magistratura etc etc. più alti d’Europa. Mentre abbiamo gli stipendi dei dipendenti privati al 22° posto per potere d’acquisto UE. Nei privilegi poi non metto solo “il soldo”, ma tante altre situazioni di scambio e cerchi magici trasversali, oltre che a radicati conflitti di interesse (e non solo in Italia).

  7. Savino ha detto:

    Le masse, in questi 30 anni, anzichè contrapporre alla casta una èlite speculare (fatta dai figli della classe media, che hanno studiato), si sono completamente imbambolate e disinteressate della cosa pubblica, lasciando tutto all’incuria. Ora, la condizione sociale cambiata, le trasforma in bestie piene di rancore, invidia e odio. Scusate, ma gli italiani non si definivano una volta “moderati” e contro ogni “estremismo”? Allora dobbiamo arrivare alla fame per avere qualche foglia che si muove? Gli italiani devono smetterla con il loro atteggiamento adulatore in stato di bisogno (che spiega perchè da noi non ci saranno mai i gilet gialli) e con la loro continua ricerca di sicurezza in mamma-Stato (d’accordo con le perplessità di @De Ranieri), poichè le dinamiche globali non permettono più di avere nostalgia verso quelle soluzioni del passato.

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