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Antifascismo a orologeria in vista dei ballottaggi, ma Fratelli d’Italia è radicato nell’arco costituzionale

di Daniele Meloni, in Politica, Quotidiano, del

Il partito di Giorgia Meloni guarda a Washington, non a Salò, per il futuro del centrodestra italiano

Una volta, Silvio Berlusconi parlava di “giustizia a orologeria” per descrivere le azioni dei giudici nei suoi confronti e nei confronti degli esponenti del suo partito in prossimità delle elezioni. Oggi, in particolare dopo la manifestazione di sabato a Roma, si può parlare di “antifascismo a orologeria”, con i ballottaggi dietro l’angolo e Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni sotto attacco costante della stampa mainstream e della sinistra.

Nulla di cui preoccuparsi: lunedì, miracolosamente, il fascismo uscirà dai nostri radar. Lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso convintamente il suo sgomento di fronte al vile attacco alla Cgil ma ha sottolineato che si è trattato di un “episodio isolato” e di “non essere preoccupato” per la tenuta del Paese. Di fronte alle frasi autorevoli di un capo dello Stato non certo vicino alla destra, la sinistra ha scelto di rispondere con un’aggressione fuori dalle righe. Beppe Provenzano ha anche affermato che “Fratelli d’Italia è fuori dall’arco costituzionale”. Un’affermazione ridicola, volta a delegittimare chi, secondo gli ultimi sondaggi di SWG, rappresenta il primo partito italiano nelle intenzioni di voto degli elettori.

Fratelli d’Italia è un partito fondato nel dicembre 2012 da una scissione dell’allora Popolo della Libertà (PdL), il contenitore berlusconiano del centrodestra italiano. Insieme alla Lega e a Forza Italia governa in 14 delle regioni italiane – tra cui alcune di primissimo piano dal punto di vista economico come la Lombardia, il Veneto e il Piemonte – e in centinaia di comuni italiani. Già nel 2008, quando erano ancora nel PdL, l’attuale leader, Giorgia Meloni, e un altro esponente di spicco del movimento, Ignazio La Russa, furono nominati da Giorgio Napolitano rispettivamente ministro per le politiche giovanili e della difesa, giurando fedeltà alla Costituzione italiana. Conoscendo la storia dell’allora presidente della Repubblica è da ritenere improbabile che egli conferisse il mandato a pericolosi estremisti filo-fascisti.

Nella legislatura che ha visto i suoi albori dopo le elezioni del 4 marzo 2018, Giorgia Meloni è sempre restata all’opposizione. Sia dei governi di Giuseppe Conte, sia di quello di Mario Draghi, rivendicando una sua linea di coerenza e affermando che “tornerà al governo quando sarà il momento con tutto il centrodestra dopo avere vinto le elezioni”. Non sembrano queste le parole di una estremista che si pone fuori dall’arco costituzionale. Né sembra il suo l’atteggiamento di chi cerca in ogni modo di ottenere posti di governo e sottogoverno o brama per il potere: dalla sua nascita FdI non è mai stata nella cosiddetta “stanza dei bottoni”.

Dopo l’ultima crisi di governo, Fratelli d’Italia ha scelto, ancora una volta, la strada dell’opposizione. Unico partito a opporsi all’esecutivo di unità nazionale guidato da Mario Draghi. Se Matteo Salvini ha compiuto la scelta di sostenere l’ex presidente della Bce anche sotto la spinta delle roccaforti nordiste della Lega in vista dell’attuazione del PNRR, Meloni ha potuto compiere una scelta diversa che sembra pagare a livello elettorale. Lo scorso 3 e 4 ottobre, nelle principali città al voto FdI ha quadruplicato i suoi consensi e il partito è salito a oltre il 20 per cento su scala nazionale. Un particolare su cui molti non si soffermano è che sia la leader di FdI sia Matteo Salvini riescono a incanalare il dissenso verso le politiche governative mantenendolo dentro il Parlamento. Da questo punto di vista essere all’opposizione – oggi come non mai – rappresenta un fattore fondamentale per la tenuta del sistema politico e dello stesso sistema-Paese. Forse qualcuno vorrebbe che il 20 per cento di Meloni e quello di Salvini finissero nelle mani del generale Pappalardo, di Forza Nuova e di Casa Pound? Forse qualcuno vorrebbe il tanto meglio tanto peggio?

Dopo l’assalto alla Cgil, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati si è recato nella sede del sindacato per portare la sua solidarietà a Maurizio Landini e agli iscritti al movimento. Anche se il fatto ha trovato poco spazio nei giornali della Triade – CorRepStamp – si è trattato di un gesto che da solo mostra la distanza del partito di Meloni da certi movimenti che, peraltro, in passato non hanno mai fatto venire a mancare dichiarazioni di disprezzo per i leader della destra democratica italiana, da Gianfranco Fini alla stessa Meloni.

È ancora lunga la strada che potrebbe portare Fratelli d’Italia al governo e, magari, Giorgia Meloni a essere la prima premier donna della storia del nostro Paese. Il deputato FdI Marco Osnato ha affermato recentemente in un’intervista a il Giornale che la destra sta lavorando per creare una classe dirigente politica all’altezza del compito. L’apertura verso sensibilità politiche che provengono dal mondo liberale, popolare e liberalconservatore darebbero certamente al partito maggior titolo per tentare di rappresentare stabilmente la variegata galassia del centrodestra italiano. Giorgia Meloni è stata l’unico politico italiano a parlare – per giunta in inglese – all’American Conservative Union due anni fa: sicuramente dalla big tent repubblicana avrà tratto un’esperienza significativa da mettere in pratica qualora dovesse guidare il Paese. La destra italiana guarda a Washington, al gollismo e a Londra, non a Salò. Con tutto il rispetto per l’onorevole Provenzano.

Daniele Meloni


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