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30 anni da Tiananmen: Pechino rivendica la repressione, spetta all’Occidente dimostrare che fu un errore

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Il 4 giugno di trent’anni fa veniva represso nel sangue dal regime comunista di Pechino il movimento per la democrazia di Piazza Tiananmen. Le immagini della “Dea della Democrazia” – una statua di cartapesta di dieci metri improvvisata dagli studenti a immagine e somiglianza della Statua della libertà – che si staglia sulla folla davanti all’Assemblea del Popolo, e dello studente con le buste in mano che ferma la colonna di carri armati, resteranno per sempre impresse nella nostra memoria. Il Partito comunista cinese non avrà mai abbastanza potere o influenza per cancellarle.

E non è un caso, a nostro avviso, che proprio in occasione del trentennale il regime cinese abbia sfatato una specie di tabù, parlando ufficialmente della repressione – rivendicandola come un successo, ovviamente – mentre fino ad oggi la linea era stata quella della rimozione: non parlarne e, soprattutto, non permettere che se ne parli, come se nulla fosse mai accaduto.

E invece, l’altro ieri, in un meeting di alto livello come lo Shangri-La Dialogue di Singapore, il ministro della difesa, generale Wei Fenghe, ha pubblicamente difeso anzi rivendicato come decisione politica “corretta” la repressione di quella che ha definito una “turbolenza”.

“Si trattò di una turbolenza politica e il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto. Questa è la strada giusta. È la ragione della stabilità del Paese che è stata mantenuta”.

Wei si è anche chiesto perché si continui ad affermare che la Cina “non ha gestito l’incidente correttamente”, visto che “i trent’anni” appena trascorsi “hanno dimostrato che la Cina ha vissuto importanti cambiamenti”, e proprio grazie all’azione del governo in quel momento “il Paese ha goduto di stabilità e sviluppo”.

Ancora più significativo è che sull’argomento, citando (e spiegando) le parole del ministro, sia tornato un organo ufficiale di Pechino come il Global Times, con un editoriale intitolato “Il 4 giugno ha immunizzato la Cina dai disordini”, apparso solo nell’edizione in lingua inglese: “Il Partito comunista e il governo cinese hanno determinato la natura dell’incidente” e “la società cinese se ne è un fatta un giudizio completo”. “Mettere l’incidente da parte subito dopo ha avuto la funzione di aiutare il Paese a lasciarsi le ombre alle spalle, evitare le dispute, e aiutare tutto il popolo cinese a guardare al futuro”. “Consideriamo questa pratica – si legge – un successo politico, anche se alcune persone l’hanno criticata dal punto di vista della gestione delle notizie. Affliggendo la Cina soltanto una volta, l’incidente non è diventato un incubo di lungo termine per il Paese”.

La repressione di Piazza Tiananmen, insomma, derubricata a “incidente”, fu “come un vaccino per la società cinese” e “aumenterà di molto le capacità immunitarie della Cina contro le principali turbolenze politiche nel futuro”. Lo dimostra anche, fa notare il Global Times, che il “controllo dell’incidente” nel 1989 è stato lo “spartiacque” che ha differenziato il rapido progresso della Cina dalla sorte – il collasso – toccata ad altri Paesi comunisti, come l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, che si sono disintegrate.

Ad essere onesti, non hanno tutti i torti il ministro Wei e il Global Times, l’analisi è corretta, dal loro punto di vista. I fatti sembrano dargli ragione. La repressione e l’oblio hanno permesso alla Cina di porsi al riparo del vento impetuoso della storia in quegli anni e, complice l’ottimismo che ha pervaso l’Occidente per almeno un decennio dopo la fine della Guerra Fredda, di avvantaggiarsi delle innovazioni tecnologiche e dell’apertura commerciale che seguirono. Addirittura è stata autorevolmente teorizzata la “fine della storia”, nel senso che il modello politico ed economico liberal democratico non avrebbe avuto più rivali e tutte le grandi potenze mondiali avrebbero finito per abbracciarlo o adeguarvisi.

È sulla scorta di questo ottimismo, e di questa fiducia nell’inevitabile compimento di un ordine liberale globale (c’era solo da consolidarlo dal punto di vista “tecnico”), che nel dicembre 2001 furono aperte alla Cina le porte del WTO. L’apertura commerciale – molti pensavano e affermavano con certezza (compreso chi scrive) – avrebbe portato a Pechino, oltre allo sviluppo, anche la libertà economica e, infine, la libertà politica. E la pace nel mondo, naturalmente: d’altronde, non è forse vero che “dove non passano le merci passano gli eserciti” (motto che conserva un fondo di verità)? Sembrava inevitabile: non puoi concedere un po’ di proprietà privata, un po’ di mercato, molto consumismo, e far sopravvivere un sistema politico fondato su un partito unico e la censura.

Sono trascorsi trent’anni da Tiananmen e quasi venti dall’ingresso di Pechino nel WTO ed è tempo di bilanci, è il momento di ammettere che ci eravamo sbagliati. Non è accaduto, non sta accadendo. Anzi, il Partito comunista cinese è riuscito a edificare un modello di capitalismo autoritario, o autoritarismo capitalistico, capace di sfidare quello liberal democratico – sia competendo con esso che seducendolo. E con Xi Jinping la presa del regime si è fatta se possibile ancor più stringente, la situazione dei diritti umani è peggiorata, libertà d’espressione e religiosa nemmeno a parlarne, il libero mercato una finzione. Basti pensare ai campi di internamento nello Xinjiang, al Tibet, o agli inquietanti programmi di sorveglianza di massa, ma anche all’aggressività militare nel Mar Cinese Meridionale e verso Taiwan.

“Non solo noi studenti siamo stati naïve”, ha scritto qualche giorno fa sul New York Times uno dei leader della protesta, Wang Dan.

“Entro pochi anni dal massacro di Tiananmen, molti governi occidentali hanno revocato le loro sanzioni contro la Cina. La politica dell’ingaggio – basata sulla speranza che commercio e investimenti avrebbero portato cambiamenti democratici in Cina – ha prevalso. Ma invece di promuovere la liberalizzazione, le capitali occidentali hanno gonfiato le tasche dei leader del Partito comunista, dando loro il potere di prolungare il loro regime, silenziando il dissenso interno ed espandendo l’influenza globale cinese”.

La Cina sarà in pochissimi anni in grado di sfidare l’egemonia Usa e di ridisegnare l’ordine internazionale secondo propri principi e interessi. Il trentennale di Tiananmen cade proprio nel mezzo della guerra commerciale e tecnologica tra Cina e Stati Uniti. Se in Europa si fatica ad uscire dalla visione ingenua degli anni ’90 e 2000 (fino a ieri, all’indomani dell’elezione di Trump, Xi Jinping veniva incoronato dalle élites come il nuovo alfiere dell’ordine internazionale liberale), in America la musica è cambiata. Si guarda ai problemi con la Cina in termini di sfida strategica, laddove gli europei vedono solo dispute commerciali – mai tali da mettere in discussione le “opportunità”. Dalla prospettiva di una governance globale concertata tra Washington e Pechino, fino a parlare di G2, alla quale hanno lavorato le amministrazioni Obama, si è passati con Trump a un duro confronto.

Qualcuno vede non senza motivo l’inizio di una nuova “Guerra Fredda”. Senz’altro si può parlare di un possibile nuovo bipolarismo. L’insistenza americana nel chiedere ai Paesi alleati di escludere Huawei dallo sviluppo della rete 5G non è un capriccio o un ricatto. Se fino ad oggi abbiamo immaginato, e per certi versi già viviamo, un mondo integrato dal punto di vista tecnologico, con reti e sistemi compatibili e anzi interdipendenti, la svolta di Washington sembra preludere a un bipolarismo anche in questo settore, due ecosistemi alternativi, non potendo fidarci dell’uso che un regime come quello di Pechino possa fare in un futuro molto prossimo (e che già oggi fa) della tecnologia.

Nelle dichiarazioni di ieri del segretario di Stato Mike Pompeo risuonano gli echi di una contrapposizione ideologica d’altri tempi. Gli Stati Uniti “onorano l’eroico movimento di protesta del popolo cinese” e chiedono al Governo di Pechino di “rendere completamente e pubblicamente conto di quanti sono stati uccisi o sono scomparsi, per dare conforto alle molte vittime di questo oscuro capitolo della storia”, si legge nella nota del Dipartimento di Stato. Ma non si tratta della solita tirata provocatoria sui diritti umani in occasione dell’anniversario di Tiananmen. Stavolta c’è di più, c’è il bilancio di cui dicevamo: dopo trent’anni, conclude Pompeo, le speranze di una società più aperta e tollerante in Cina “sono svanite”.

“Nei decenni che sono seguiti, gli Stati Uniti hanno sperato che l’integrazione della Cina nel sistema internazionale avrebbe portato ad una società più aperta e tollerante. Quelle speranze sono state infrante”.

Pompeo chiede quindi a Pechino di “rilasciare tutti coloro che sono detenuti per aver cercato di esercitare i diritti e la libertà, di cessare l’uso arbitrario della detenzione e cancellare le politiche controproducenti che confondono il terrorismo con l’espressione religiosa e politica”.

Xi Jinping ha di recente parlato della fase storica che si appresta a vivere la Cina come di una “nuova Lunga Marcia”, facendo riferimento alla “Lunga Marcia” del Partito comunista cinese e dell’Esercito di liberazione popolare, che cominciò nel 1934 con una sconfitta, e lasciando intendere che oggi come allora una ritirata temporanea, tattica, potrebbe preludere alla vittoria finale come 70 anni fa. Oggi la guerra dei dazi e la stretta su Huawei decisi da Trump stanno mettendo alle corde Pechino. Ma spetta all’Occidente non solo agli Stati Uniti dimostrare, con i fatti, che la repressione di Tiananmen fu un errore, una vittoria di Pirro, e che il modello liberal democratico prevarrà ancora una volta. La storia non è finita.

Wang Dan vede nella guerra commerciale “una straordinaria opportunità di fare della riforma politica una parte dei negoziati”.

“La linea dura di Trump contro Pechino, nonostante la sua imprevedibilità, si sta dimostrando efficace. Attraverso questa guerra commerciale, spero che Washington mostrerà alla leadership cinese che l’Occidente non tollererà l’uso della tecnologia per il controllo dei cittadini”.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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